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Rosberg ricorda la convivenza con Schumacher: "Non ha mai pronunciato il mio nome"

Chiara Rainis
Pubblicato il 2 giugno 2026, 12:39
Da quando a fine stagione 2016 con un titolo in tasca appena guadagnato ha detto addio alla F1, Nico Rosberg non è più salito su un’auto da corsa, ma ne ha continuato a parlare.
Ingaggiato da Sky Sports Uk e più di recente da Sky Italia come voce esperta, il tedesco si è espresso in lungo e in largo sulla cronaca presente, ma in questa occasione ha voluto riavvolgere il nastro e tornare indietro al biennio 2010 – 2012, quello targato Mercedes al fianco di Schumacher.
Se allora il biondo cresciuto sportivamente in Italia rappresentava il nuovo che avanza avendo alle spalle quattro stagioni alla Williams, l’asso di Kerpen era il campionissimo ingaggiato dalla Casa della Stella, appena entrata nella massima serie, per tracciare la strada da seguire sebbene venisse da qualche anno di assenza dal Circus dopo il periodo trionfale in Ferrari con cinque sigilli consecutivi.
Rosberg e la “cattiveria” di Schumacher
Intervenuto al podcast High Performance, il figlio di Keke ha ricordato i giochi psicologici messi in atto dal Kaiser per infastidirlo. Se già in passato aveva raccontato di come il connazionale amasse girare per il box a torso nudo con l’obiettivo di sfoggiare il suo fisico perfetto e tiratissimo per un ultra 40enne, questa volta Nico si è divertito a condividere alcuni dispetti messi in atto da Schumi.
“Capitava che quando c’era una riunione lui parcheggiasse due ruote oltre la linea bianca in modo che la mia macchina non entrasse e io perdessi tempo arrivando di conseguenza in ritardo. Una cosa piuttosto stressante perché nei meeting con i tecnici è importante anticipare di qualche minuto per evitare di far aspettare tutti”, le sue parole.
Talvolta al limite in pista come nel 1997 quando cercò di buttare fuori pista Jacques Villeneuve per impedirgli di vincere il Mondiale, o ancora nel 2006 durante le qualifiche di Montecarlo quando andò a baciare le barriere della Rascasse per far esporre le bandiere gialle e preservare la pole, poi cancellata dai commissari, Michael era solito minare i nervi di avversari e colleghi di marca.
“Nel Principato si chiudeva nell’unico bagno che avevamo a disposizione nel box guardando l’orologio in modo da non darmi il tempo di fare i pipì prima della partenza. Una volta urinai in un secchio mentre i meccanici mi lavoravano affianco”, ha affermato.
Voluto fortemente dal boss Mercedes di allora Dieter Zetsche visto il suo legame con il marchio quando correva nel DTM prima del salto in F1, Schumacher poteva fare il buono e il cattivo tempo anche se la sua parentesi a Stoccarda non fu memorabile, ma caratterizzata più da errori che da risultati utili.
“Era considerato come un Dio. Quando entrava in una stanza gli ingegneri smettevano di lavorare. Tutti stavano zitti. In tre anni da compagni di squadra non ha mai pronunciato il mio nome e non mi ha mai interpellato su niente. Fare come se non esistessi era il suo modo per buttarmi giù”, l’amara considerazione finale del 41enne che, successivamente, si sarebbe trovato a vivere una situazione ancora più tesa con Lewis Hamilton terminata con una coppa vinta, ma pure con un ritiro dalle competizioni prima del tempo.
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