L'inchino di Albione a Kimi

La stampa inglese si prostra al capolavoro di Kimi Antonelli a Monte Carlo

Andrea CordovaniAndrea Cordovani

Pubblicato il 8 giugno 2026, 14:23 (Aggiornato il 8 giugno 2026, 13:52)

Chissà cosa avrebbero scritto, i severi censori di Sua Maestà, se a subire l’onta di quel sorpasso e di quel divario fosse stato un nostro connazionale. Ma la Storia, si sa, ama i paradossi quasi quanto ama le nemesi. E così, sulle stradine contorte di Montecarlo, la perfida Albione ha dovuto levarsi la bombetta e fare un profondo, inaspettato inchino. Non davanti a un consumato lupo di mare dei motori, ma al cospetto di un diciannovenne italiano: Andrea Kimi Antonelli.

Leggere la stampa d’Oltremanica in queste ore è un esercizio di puro godimento per chi è abituato a subire i proverbiali complessi d’inferiorità patri. The Independent, The Guardian, le austere testate che solitamente soppesano i complimenti col bilancino del farmacista, si sono prostrate. Lo chiamano "clinico", celebrano i suoi "nervi d'acciaio", certificano il suo ingresso trionfale "nei libri di storia". Hanno dovuto ammettere, a denti stretti ma con onestà intellettuale, che questo ragazzino ha polverizzato il record di precocità nel Principato che apparteneva a un certo Lewis Hamilton, uno che da quelle parti ha lo status di divinità.

Il giovanissimo italiano batte l'esperto inglese

Ma il vero capolavoro, la vera commedia dell'arte andata in scena nel salotto buono di Monaco, è il contrasto stridente, quasi crudele, con l'altra metà del box Mercedes. Lì dove siedono i sudditi del Regno Unito.

Da una parte c'è l’italiano imberbe, che nel caos di bandiere rosse e ripartenze al cardiopalmo sfoggia la freddezza di un impiegato del catasto svizzero. Dall’altra c'è lui, George Russell. Il ritratto del perfetto gentiluomo britannico, il pilota metodico e precisino, che finisce stritolato in un incubo fantozziano, vittima di quella stessa asfissiante burocrazia anglo-teutonica che di solito incatena noi latini.

Pensateci bene. Russell viene punito, condannato ai margini della zona punti, per aver superato il limite di velocità nella corsia dei box di uno sbalorditivo, titanico, imperdonabile scarto: zero virgola uno chilometri orari. Un soffio. Un errore del software, ha balbettato la squadra. Roba che se lo racconti all'Ufficio Complicazioni Affari Semplici ti prendono per pazzo. E non basta. Come in una farsa di Feydeau, arrivano i meccanici per scontare la penalità di cinque secondi sotto la Safety Car, ma nella foga mettono le mani sulla macchina una frazione di secondo prima del via libera. Altra infrazione, altro castigo, drive-through e gara buttata nel cestino. Toto Wolff fa mea culpa, ma il disastro è servito.

E mentre Russell litigava con i decimi di chilometro e i commi dei regolamenti, smarrito in un labirinto di sfortune e malfunzionamenti, Antonelli volava. Volava al punto da compiere l'atto di lesa maestà definitivo: doppiare il compagno di squadra. Doppiarlo in pista, guardarlo negli specchietti e allungare verso la quinta vittoria consecutiva, creando una voragine in classifica che assomiglia a una sentenza anticipata.

Alla fine, persino Sir Lewis Hamilton, a margine del podio, ha dovuto abbozzare un sorriso e dirgli che, insomma, cinque vittorie di fila cominciano a essere pochine per lamentarsi, ma forse troppe per chi deve inseguire. Un passaggio di consegne in piena regola, sancito dai maestri dell'understatement che oggi, di fronte a questo fenomeno italiano, di understatement non ne vogliono più sapere.

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