Problemi al GP di Cina 2026: torna il fantasma di Indianapolis

Vetture ferme prima del via e ritiri inaspettati in Cina: la F1 torna a interrogarsi su affidabilità e sicurezza, come accadde a Indianapolis 2005

Problemi al GP di Cina 2026: torna il fantasma di Indianapolis
© McLaren

Ilaria ToscanoIlaria Toscano

Pubblicato il 16 marzo 2026, 15:01

La stagione 2026 avrebbe dovuto rappresentare l’inizio di una nuova era per la Formula 1. Nuovo regolamento tecnico, nuove monoposto e aspettative altissime. Invece, già prima dello spegnimento dei semafori della seconda tappa del mondiale, qualcosa è andato storto.

Quattro vetture, quelle di Lando Norris, Oscar Piastri, Gabriel Bortoleto e Alexander Albon, non sono nemmeno riuscite a schierarsi in griglia. E la gara, già segnata da queste assenze, ha continuato a perdere protagonisti giro dopo giro: le due Aston Martin di Fernando Alonso e Lance Stroll si sono ritirate, e perfino la Red Bull di Max Verstappen è stata costretta ad alzare bandiera bianca.

Tra i team più colpiti c’è stata senza dubbio la McLaren, che lascia Shanghai con un bilancio pesantissimo. Dopo due titoli costruttori consecutivi e il mondiale piloti conquistato lo scorso anno da Lando Norris, la scuderia di Woking si ritrova improvvisamente a fare i conti con un inizio di stagione disastroso. Un contrasto ancora più evidente se si pensa che proprio qui, nel 2025, Oscar Piastri aveva trionfato nel Gran Premio di Cina guidando una storica doppietta McLaren davanti allo stesso Norris.

Quando succede qualcosa del genere, la prima parola che viene in mente è una sola: affidabilità. La seconda, inevitabilmente, è sicurezza.

La Formula 1 ha sempre camminato su un filo sottilissimo tra prestazione estrema e rischio. E quando un equilibrio così delicato si rompe, il risultato può trasformarsi in un weekend destinato a entrare nella storia per i motivi sbagliati.

Non sarebbe la prima volta.

Perché quello che è successo in Cina ha riportato alla memoria uno degli episodi più controversi e assurdi che la Formula 1 abbia mai vissuto: il Gran Premio degli Stati Uniti del 2005, disputato a Indianapolis. Una gara che passò alla storia per un motivo incredibile: alla partenza c’erano solo sei monoposto.

Il precedente di Indianapolis

Il 19 giugno 2005 la Formula 1 visse uno dei weekend più surreali della sua storia. Quella gara non è ricordata per duelli spettacolari o imprese sportive, ma per una griglia praticamente vuota e per la rabbia di migliaia di tifosi sugli spalti.

I primi segnali di allarme arrivarono già nelle prove libere del venerdì. Durante la sessione mattutina, il collaudatore Toyota Riccardo Zonta fu vittima dello scoppio della gomma posteriore sinistra. Nel pomeriggio accadde qualcosa di molto simile a Ralf Schumacher, che perse il controllo della sua vettura andando violentemente contro le barriere. L’impatto fu tale che, per precauzione, al pilota tedesco venne impedito di prendere parte alla gara della domenica.

Il fatto che entrambe le rotture riguardassero lo stesso tipo di pneumatico iniziò a creare forte preoccupazione nel paddock. Alcuni team ipotizzarono che la causa potesse essere legata alla drastica riduzione della pressione delle gomme adottata da diverse squadre, mentre altri sospettavano che il problema fosse la curva 13 del circuito, recentemente riasfaltata e sottoposta a carichi laterali molto elevati.

Nonostante i dubbi, il weekend proseguì regolarmente. Le qualifiche si disputarono senza modifiche e regalarono un momento storico: Jarno Trulli conquistò la prima pole position nella storia della Toyota in Formula 1. Ma poco dopo arrivò la comunicazione che cambiò tutto. Michelin, uno dei due fornitori di pneumatici dell’epoca, dichiarò di non poter garantire la sicurezza delle proprie gomme per l’intera distanza di gara.

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