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Red Bull 2014, McLaren 2015: Newey e Honda, la speranza e la paura

Pubblicato il 4 marzo 2026, 14:03 (Aggiornato il 4 marzo 2026, 19:11)
Pochi dubbi che sarà un inizio in salita. Pochi dubbi sul fatto che non è questo, il modo in cui si auguravano di cominciare questo mondiale 2026. Ma pochi dubbi anche sul fatto che Adrian Newey e la Honda faranno di tutto per portare la Aston Martin al vertice.
Newey e Honda, ci risiamo
Neanche a farlo apposta, il verde è il colore della speranza. Ed in questo momento una speranza fondata sul duro lavoro è tutto ciò che rimane ad una Aston Martin uscita con le ambizioni a pezzi dai test, stordita da un inizio di stagione che peggio non sarebbe potuto andare. E' mancata l'affidabilità, sono mancati i chilometri e di conseguenza quelle verifiche che servono per comprendere, sperimentare ed inquadrare il vero potenziale di una AMR26 che, dal punto di vista di telaio e aerodinamica, ancora non ha avuto modo di mettere alla prova sé stessa, martoriata da una power unit Honda che ha fatto una fatica bestiale a trovare continuità. Non è tutta colpa del motore, di certo non aiutato dalle scelte estreme fatte su una macchina originalissima per soluzioni ma di cui oggi è impossibile valutare la bontà di certe scelte. Ci è già passato Adrian Newey, con la Red Bull RB10 del 2014; ci è già passata pure la Honda, con la McLaren MP4-30 del 2015. Due pre-campionati difficilissimi, due destini molto diversi.
Non è il caso di scomodare i guai dei grandi di un tempo, come la Lotus 80 o la McLaren MP4-18 dello stesso Newey, la macchina che non corse mai: troppo diversi i regolamenti di un tempo, che permettevano test liberi a tappeto e di conseguenza offrivano l'opportunità di recuperare, anche se nelle prove invernali collettive si faceva fatica. E sbagliato paragonare certe situazioni dei colossi a chi invece si accontentava, anzi gioiva di provarci con poco, come quell'Andrea Moda che con le sue iniziali, "AM", ricollega subito alla Aston Martin, "AM" pure lei.
Red Bull RB10: dalle difficoltà alle tre vittorie
No, questo è un momento da ricollegare direttamente al passato di Newey e della Honda, a momenti di carriera o aziendali in cui il gigante ha dovuto affrontare la grande sfida. Red Bull RB10, dunque, cronologicamente il primo dei due esempi fatti due paragrafi fa: dopo otto titoli nei precedenti quattro anni, gli ultimi con i V8 aspirati, l'avvento dei V6 ibridi fu un incubo per Milton Keynes, azzoppata dall'affidabilità precaria dei suoi motori forniti dalla Renault. Fu un inverno speso ad aprire e chiudere la carrozzeria della macchina, a portarla in garage dopo uno stop, a guardare gli altri girare mentre sulla RB10 si faceva fatica a mettere insieme qualche giro. Addirittura, nei primissimi test di Jerez, la RB10 mise insieme la miseria di 21 giri in 4 giorni: difficile trovare negli anni la squadra campione del mondo così in difficoltà.

La "Formula Motore" non piacque a Newey da subito, deluso dall'impossibilità di lottare per il titolo con un deficit motoristico (sia di affidabilità che di prestazione) così profondo, al punto da voler chiedere poco tempo dopo un passo indietro dalla F1: sarebbe tornato solo dopo aver lavorato sulle barche della Coppa America e sulla Valkyrie. Poi, però, magicamente la sua Red Bull prese vita: non ebbe mai modo di giocarsela con l'imprendibile Mercedes, ma fu l'unica a mettere un timbro ad un 2014 altrimenti colorato solo d'argento; la Red Bull-Renault portò a casa tre gare, tutte con Daniel Ricciardo. Un bilancio piccolo per chi aveva fatto incetta di titoli, ma impensabile dopo i guai dei test.
McLaren MP4-30: nessuna gioia
Una favola senza lieto fine fu invece quella della McLaren-Honda, la MP4-30. Il "make history" con cui fu lanciata la macchina sui social, divenne ben presto motivo di scherno: "make harakiri", divenne l'etichetta nello spietato mondo del web. Ron Dennis aveva fatto le cose in grande: si era assicurato la fornitura in esclusiva dei nipponici rivangando la leggenda di Senna e Prost, e proprio come allora c'erano due campioni del mondo, Jenson Button ed il figliol prodigo Fernando Alonso, fortemente voluto sia da Dennis che dalla Honda.

Tuttavia, fu un disastro sin dall'inizio: il "size sero" di una macchina rastrematissima al posteriore non aiutò mai una power unit incapace di respirare, di trovare affidabilità e men che meno potenza. Fu un disastro su tutta la linea, con nessun "miracolo" all'orizzonte come invece accaduto alla Red Bull nell'anno precedente: in tutto il campionato furono 27 i punti raccolti da Jenson e Nando, una miseria sufficiente giusto per chiudere al penultimo posto nel Costruttori, davanti alla derelitta Marussia.
Andare per gradi
Il passato dunque, ad Aston Martin, Honda e Newey, offre una speranza (la Red Bull 2014) ma dà come monito anche un incubo (la McLaren 2015). Che ne sarà, di questa AMR26 e del suo motore, il RA626H? Impossibile ora rispondere. Certo è che l'obiettivo sarà dare continuità al progetto, evitando gli attriti che ci furono sia tra Red Bull e Renault, sia tra McLaren e Honda. Ora non è il momento di elencare le colpe, ma di fare fronte comune per superare un momento che non terminerà di certo in Australia. Finire la gara è l'obiettivo: non è ancora il momento dei sogni di gloria, perché per arrivarci bisogna prima affrontare la realtà.
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