Simone Faggioli e il cielo negato di Pikes Peak

La meccanica ha tradito Simone Faggioli a un passo dalle nuvole della Pikes Peak, durissima gara in salita del Colorado
Simone Faggioli e il cielo negato di Pikes Peak
© PPIHC/Larry Chen

Andrea CordovaniAndrea Cordovani

Pubblicato il 22 giugno 2026, 15:55

La montagna non perdona. Ti scruta, impassibile. Centocinquantasei curve d'azzardo e di vertigine, senza reti, in bilico su un abisso che non fa sconti. È un nastro d'asfalto che si arrampica oltre i 4.300 metri, dove l'aria si fa tagliente e l'ossigeno diventa un lusso per pochi. Simone Faggioli lo sapeva. Ne aveva letto il futuro, consegnando proprio ad Autosprint una profezia nitida: «Quest'anno vince la Pikes Peak chi fa tra 8 e 15 e 8 e 20». Esatto. Preciso. Romain Dumas, al volante di un'astronave, la Ford Super Mustang Mach-E tutta elettrica, ha fermato il tempo sull'8'18"202. Un lampo. Silenzioso e letale, immune a quel mal di montagna che invece strangola i motori termici.

Faggioli, dal sogno della qualifica alla delusione

Ma il cuore di questa corsa batte altrove. È un'immagine ruvida, scabra. Una di quelle fotografie che andrebbero convertite rigorosamente in bianco e nero, regolando i contrasti al millimetro per esaltare ogni crepa, ogni vena tesa del collo, pronte per essere date in pasto alle rotative e stampate sulle pagine ruvide di un quotidiano sportivo. Perché in Colorado le sfumature spariscono: c'è solo la luce abbacinante della vetta e l'inchiostro scuro del sudore. Qui non c'è il trionfo facile, c'è la grandezza cruda della fatica umana.

La preparazione era stata spietata. Una settimana durissima e freddissima di prove, a fare a pugni con le temperature, supportato da Nova Proto, Autotecnica Motori, Emap e Pirelli. E poi, le qualifiche dominate. Un 3'21"858 nel tratto basso, il tempo più veloce in assoluto mai registrato in quel settore per un motore endotermico. Aveva il profumo dolce dell'impresa.

Poi, il buio. La gara. La "Montagna che decide". La meccanica che volta improvvisamente le spalle nel momento della verità. La Nova Proto che singhiozza. La sesta marcia, un fantasma che si rifiuta testardamente di entrare proprio nella prima metà del tracciato, la più veloce, quella in cui bisognava costruire il vantaggio. Segue il tratto centrale, un calvario di tornanti dove il turbo implora pietà. Le parole di Simone scendono a valle come pietre. Nude. Vere. «Purtroppo dopo 1,2 km, dalla partenza la vettura ha incominciato a non andare più bene fino a quando siamo entrati nell'ultimo settore. Lì ha iniziato di nuovo a andare». E infatti, in quel finale all'ultimo respiro, Simone stampa un intertempo praticamente identico a quello di Dumas, lottando con una macchina che sembra finalmente assecondarlo. Una beffa atroce, a un passo dalle nuvole. «Non so cosa dire, il destino ha voluto così...».

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