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Il lato della F1 che non ti aspetti: così viene utilizzata per la lotta contro la demenza

Chiara Rainis
Pubblicato il 20 maggio 2026, 14:31
Quando si pensa alla F1 le prime cose che vengono in mente sono ben lontane dall’umano più profondo e dalle sue ferite. Velocità, tecnologia, denaro e lusso, sono gli elementi che maggiormente la connotano. Eppure, scavando a fondo, si scopre che c’è molto di più e che i suoi punti di forza, quelli che la caratterizzano e la rendono l’apice del motorsport, possono avere una funzione molto più importante e significativa, capace di trascendere la semplice esibizione, fine a sé stessa, su una lingua d’asfalto.
Per capirne la ragione è però necessario fare un passo indietro e tornare a metà degli anni ’90, a Londra. In quel periodo, all’ospedale Great Osmond Street, si verificarono diverse morti anomale. Pazienti cardiologici che dopo essere stati sottoposti ad intervento non sopravvivevano all’operazione. La cosa più preoccupante però, era rappresentata dal fatto che non si trattava di un caso isolato, bensì altri nosocomi si stavano trovando nella medesima situazione.
Poi, un bel giorno, si verificò un fatto incredibile. Accendendo il televisore presente nella stanza del personale, i chirurghi Alan Goldman e Martin Elliott si imbatterono in un gran premio, in particolare nella fase dei pit stop. Osservare tutti quei meccanici operare in sintonia, ognuno con un compito preciso e specifico, nell’arco di pochi secondi fu per loro un’illuminazione che li portò a volare in Italia e a recarsi direttamente a Maranello per capirne di più. La loro intenzione era quella di applicare “i passi di danza” del cambio gomme in ambito medico. I benefici furono immediati e i decessi calarono drasticamente.
Il cambio gomme della F1 diventa un "antidoto" per combattere la demenza
Ora, a decenni di distanza, la stessa filosofia è stata applicata anche agli studi per combattere la demenza. A renderlo possibile l’associazione Race Against Dementia gestita da Mark Stewart, figlio del grandissimo Jackie, tre volte campione del mondo della massima categoria, determinato a fare qualcosa di concreto dopo aver vissuto la malattia da vicino con la moglie Helen.
Ad oggi l’ente ha raccolto 30 milioni di dollari serviti per finanziare 87 ricercatori e 52 progetti nel mondo. L’obiettivo di base, che negli anni ha preso sempre più corpo, è creare una squadra unita e coesa, composta da dottori ognuno con una specializzazione diversa, in grado di portare quel tassello in più per velocizzare la ricerca e la scoperta di una cura ad una problematica clinica che indebolisce la mente e affievolisce ricordi e memoria. Il tutto all’insegna dell’innovazione e del motto che solo con la coordinazione e un comune intento si può produrre un risultato, proprio come accade in gara, specialmente nei pit stop.
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