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Niki Lauda, il primo uomo moderno della Formula 1
A sette anni dalla morte, Niki Lauda emerge come il primo uomo moderno della Formula 1: pilota, imprenditore, manager e visionario del rischio

Pubblicato il 20 maggio 2026, 12:37
Alcuni piloti appartengono al tempo, lui era già nel futuro. Il paradosso di Niki Lauda è che, a sette anni dalla sua morte, continuiamo ancora a raccontarlo come un uomo del passato: l’eroe ustionato del Nürburgring. Il rivale di Hunt. Il pilota col cappellino rosso e il volto segnato dal fuoco...
Questa narrazione è certamente vera, ma è anche incompleta.
Perché Lauda, probabilmente, è stato il primo uomo veramente contemporaneo della Formula 1. Non l’ultimo romantico, bensì il primo tecnocrate del paddock. Un pilota che ragionava da manager, da ingegnere, da imprenditore, da analista del rischio. In un ambiente che viveva ancora di istinto, fatalismo ed eroismo, Lauda parlava già la lingua della Formula 1 di oggi.
Ed è forse per questo che, col tempo, la sua figura è diventata ancora più attuale.
Il coraggio, per Lauda, non era ignorare il rischio
La narrativa classica ha trasformato Lauda in un simbolo di resilienza quasi sovrumana. L’uomo che torna quaranta giorni dopo il Nürburgring, ancora con le ferite aperte, per correre a Monza. Ma la vera essenza di Lauda non era l’incoscienza. Era l’esatto contrario.
Lauda non credeva nel rischio romantico. Credeva nel rischio calcolato.
Nel 1976 fu uno dei pochi piloti a sostenere apertamente che il Nürburgring fosse diventato troppo pericoloso per le monoposto moderne. Non era paura. Era analisi. Gli altri vedevano tradizione e gloria; lui vedeva un circuito impossibile da mettere in sicurezza in caso di incidente serio.
Il fatto che l’incidente più devastante della sua vita sia avvenuto proprio lì trasformò quella posizione quasi in una profezia.
Ma la parte più interessante è che Lauda mantenne lo stesso approccio anche lontano dalla Formula 1. Dopo il disastro del volo Lauda Air 004 del 1991, in cui morirono 223 persone, si immerse personalmente nell’indagine tecnica sul Boeing 767. Studiò sistemi, documenti, reverse thrust, simulazioni. Arrivò persino a contestare Boeing, sostenendo che il problema fosse un difetto strutturale. A seguito dell’incidente, infatti, l’azienda fu costretta a riprogettare l’intero sistema che aveva causato il guasto.
È difficile trovare un altro ex pilota di Formula 1 che, anni dopo il ritiro, affronti un disastro aereo con la stessa mentalità usata per discutere l’assetto di una Ferrari.
Per Lauda il coraggio non consisteva nel chiudere gli occhi davanti al pericolo. Consisteva nel comprenderlo meglio degli altri.
Lauda detestava il mito del pilota, anche per questo il suo personaggio stonava nell’epoca della Formula 1 anni Settanta.
Mentre James Hunt incarnava perfettamente il pilota-rockstar (eccessi, carisma, glamour) Lauda smontava continuamente la retorica dell’eroe. Parlava apertamente di denaro, di contratti, di interessi economici. Trattava il mestiere del pilota come una professione ad altissima specializzazione, non come una missione romantica.
Persino il suo celebre ritiro improvviso del 1979 racconta molto di lui. “Non ho più voglia di girare in tondo”, disse lasciando la Brabham nel mezzo della stagione. Una frase rimasta iconica proprio perché spogliava la Formula 1 di qualsiasi aura sacrale.
In realtà, Lauda aveva già capito qualcosa che il paddock avrebbe compreso pienamente solo decenni dopo: il potere vero della Formula 1 non stava soltanto nella guida, ma nella gestione, nel business, nella strategia.
Non a caso, mentre correva, fondava compagnie aeree. E non si limitava a metterci il nome: pilotava davvero i velivoli.
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