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25 aprile 2001: 25 anni senza Michele Alboreto

Pubblicato il 24 aprile 2026, 14:12
Capita, di innamorarsi al cinema. Capitava soprattutto in un'epoca diversa da questa, quando il cinema si chiamava ancora cinematografo e avveniva un incrocio di sguardi, una mano che accarezzava l'altra, una casualità come un posto libero di fianco che dava vita a qualcosa di molto più grande. Capita e capitava, di innamorarsi al cinema, così come capitò a Michele Alboreto: ma non di una donna, no (Nadia Astorri l'avrebbe conosciuta perché abitava nella stessa via), bensì di una passione: quella per le corse.

Michele Alboreto s'innamorò da ragazzo, dell'automobilismo. Andò al cinema con suo padre e suo fratello Ermanno, la proiezione era "Indianapolis, pista infernale", un film di fine anni '60 con Paul Newman. E niente, per lui, fu più come prima.
Lausitzring, 25 aprile 2001
Michele Alboreto era un pilota. Forte, veloce, deciso. Ma soprattutto era un uomo, anzi un gentiluomo, con cui era piacevole stare. Lo raccontano determinato, cordiale, sensibile, solare. Un uomo pieno di capacità e, appunto, galantomismo. Qualità che non tramontano mai, neanche a 25 anni da quel maledetto 25 aprile 2001. Giorno di festa in Italia, giornata di prove per lui: si trattava di preparare al Lausitzring l'Audi R8 Sport con cui avrebbe corso a Le Mans. Poi l'esplosione di una gomma, fatalità che può accadere nelle corse. E poi il botto, la macchina che si capovolge, il silenzio di una giornata di test finita in tragedia. La notizia, dalla Germania, ci mise relativamente poco ad arrivare in Italia. L'impatto non aveva lasciato scampo, Michele morì sul colpo. Fu più sfortunato di Alex Zanardi che, cinque mesi dopo e sulla stessa pista, rischierà la vita perdendo gli arti inferiori.
Fino alla F1 saltando i kart
Quel giorno il sole si spense sul volto di Michele, che dopo la F1 era tornato tra i Prototipi, togliendosi quell'enorme soddisfazione di vincere la 24 Ore di Le Mans, edizione 1997. Proprio dai Prototipi era partito dopo l'Europeo di F3, con la Lancia dipinta con i colori Martini. Poi era arrivata la F1, per lui che aveva avuto una carriera poco lineare: dopo la folgorazione al cinema, Michele aveva cullato insieme al fratello l'idea di diventare pilota, idea che cercò di mettere in pratica dopo essere diventato perito meccanico e partendo direttamente dalla Formula Monza, saltando a pie' pari lo svezzamento tra i kart. Scelta ardita per tanti, ma non per Michele Alboreto: si fece notare anche con mezzi inferiori, poi la scalata nell'Europeo, i Prototipi e la F1.
Quel titolo sfiorato con la Ferrari
Non c'è bisogno di raccontare per filo e per segno la carriera di Michele, perché non è questo il momento. Oggi, con il primo quarto di secolo senza di lui, è la persona ancora prima del pilota che deve essere celebrata. E l'anniversario è solo il modo più diretto per raccontare un pilota ed una persona che di spazio ne meriterebbe ogni volta che c'è l'occasione. Lui, nato a Milano come Ascari, fu l'italiano che insieme a Patrese più di tutti dopo Alberto sfiorò il mondiale. Portò addirittura Enzo Ferrari a rivedere le sue convinzioni sui piloti italiani, a convincerlo a suon di risultati a dargli una possibilità. Il lustro tra il 1984 ed il 1988 fu segnato da più bassi che alti causa mezzi tecnici, con il sogno però del 1985, evaporato come neve al sole in un finale di stagione amaro: una Ferrari che chiede troppo alle pressioni e d'improvviso si riscopre fragile, al punto da impedire a Michele di vedere il traguardo nelle ultime gare. Vinse Prost, e per Michele il sogno fu solo accarezzato.
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