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Kimi Antonelli, la stella polare

Pubblicato il 13 ottobre 2026, 09:44
Kimi pronto a mettere fine a 73 anni di astinenza
Ed è esattamente qui che la cronaca sportiva sfuma e cede il passo alla Storia. Quella con l’iniziale maiuscola. Quei quindici punti conquistati nel catino di Marina Bay consegnano ad Antonelli le chiavi dell’iride. La matematica non ha ancora emesso la sua sentenza inappellabile, ma il match point è servito. Tra due settimane, ad Austin in Texas, tra le curve sinuose del Circuit of the Americas, Kimi avrà la prima vera palla per chiudere i conti. Basterà controllare, basterà fare quello che gli riesce meglio: guidare con la testa, prima ancora che con il piede. Ma non è solo una questione di numeri, di combinazioni e di classifiche. C’è un peso specifico enorme, quasi insostenibile, che questo ragazzo sta portando sulle spalle con una naturalezza disarmante. Settantatré anni. Un numero che rimbomba nella testa e nel cuore degli appassionati italiani come un rintocco malinconico. Settantatré anni da quell’ormai sbiadito, ma dolcissimo, 1953, quando Alberto Ascari portò in trionfo l’Italia nell’Olimpo della Formula 1, correndo con il caschetto azzurro in un’epoca pionieristica fatta di macchine brutali e cavalieri impavidi.
Settantatré anni di illusioni, di speranze accarezzate e poi crudelmente svanite. Generazioni di piloti italiani hanno provato a scalare quella montagna sacra. Abbiamo sognato l’impresa impossibile con Michele Alboreto, arrivato a un passo dal miracolo negli anni Ottanta; abbiamo sperato con la costanza di Riccardo Patrese; ci siamo esaltati con le fiammate di Giancarlo Fisichella e Jarno Trulli. Ma l’appuntamento con la corona definitiva ci è sempre sfuggito. Negato dal destino, da vetture non all’altezza nel momento decisivo, o dall’ingombrante presenza di campioni generazionali semplicemente inarrivabili. Una maledizione che sembrava ineluttabile, un incantesimo oscuro che ci condannava al ruolo di eterni e romantici comprimari in uno sport che pure, nel nostro Paese, è religione pagana. Fino a lui. Fino a Kimi.
Antonelli può vincere già in Texas
L’Antonelli che ha spazzato via in un colpo solo il complesso d’inferiorità dell’automobilismo tricolore. Ha dimostrato che un italiano può reggere la pressione schiacciante di un top team, può dettare legge, può far invecchiare di colpo piloti fino a ieri considerati dominatori incontrastati. La sua Stella Polare ha indicato la rotta in una stagione durissima, trasformando l’attesa spasmodica di una nazione in una consapevolezza esaltante.
Il Texas ora lo aspetta per il verdetto. Austin sarà un palcoscenico globale, con il fiato sospeso di milioni di tifosi incollati ai teleschermi nel cuore della notte europea, pronti a spingerlo oltre il traguardo. Servirà ancora quell’assoluta lucidità, servirà un’ultima, chirurgica esecuzione.
A Singapore, mentre i fuochi d’artificio illuminavano a giorno la baia per celebrare il guizzo d’orgoglio di Verstappen, l’immagine più potente e definitiva era quella di un casco che si sfilava nel parco chiuso. Sotto, il volto sudato ma sereno di chi sa di aver fatto esattamente ciò che andava fatto. Il buio, durato settantatré anni, non è mai stato così vicino alla fine. La rotta è tracciata, la Stella Polare brilla forte nel cielo. Manca un respiro, Kimi. Solo un ultimo, lunghissimo respiro, per entrare per sempre nella leggenda.
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