Carne e lamiere 

Mondiale F1 1976. Non solo un campionato, ma una cicatrice incisa nella storia. Il duello clamoroso tra Lauda e Hunt in una stagione dominata dal fuoco, dalla paura e dalla disperata voglia di vivere
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Carne e lamiere 
© nikilauda

Andrea CordovaniAndrea Cordovani

Pubblicato il 11 agosto 2026, 09:44 (Aggiornato il 11 agosto 2026, 08:22)

Quarantadue giorni dopo è a Monza. Ha la testa fasciata, le piaghe aperte. Ferrari, temendo di averlo perso, ha già ingaggiato Carlos Reutemann. Niki lo sente. Vede il sostituto e morde il freno. Mauro Forghieri prova a fermarlo: «Non sei pronto nella testa, Niki». Ma l’austriaco è di marmo. Nel box, si veste. Prende il casco. Lo calza. L’attrito contro le ferite fresche è una rasoiata.

Quando se lo toglie, a fine corsa, il cranio sanguina. Rigagnoli rossi lungo le tempie. Un’immagine impressionante, brutale. È un miracolo laico, doloroso. Sbaglia la partenza, ma rimonta con una caparbietà che sa di rabbia disperata. Quarto. Scopriamo un Lauda diverso. Un eroe vulnerabile, dotato di ragione. Uno che ha paura, ma la domina.

Il Diluvio e la Rolls Royce

Il destino decide di calare il sipario in Giappone, ai piedi del Fuji. Sotto un diluvio biblico. L’acqua spegne il fuoco, ma annega anche la vita. Lauda fa due giri e dice basta. Si ferma. «La mia vita vale più di un titolo», pensa. È il coraggio di ammettere la paura, l’atto più alto e umano per un uomo programmato per vincere. Hunt resta in pista.

Rischia l’osso del collo. Buca una gomma, rimonta, arriva terzo. Campione del mondo per un misero, pesantissimo punto. A corsa finita, Niki è già lontano. È seduto sui sedili in pelle di una lussuosa Rolls Royce diretta all’aeroporto. Smandruppa con la radio. Cerca disperatamente una frequenza. Vuole sapere com’è andata. «Cerco risultato - dice Niki - Io ci spero ancora».

Dentro l’Anno Zero

In questo numero speciale da 132 pagine, abbiamo voluto fermare il tempo. Siamo tornati nel ventre del 1976 per strappargli i segreti che ancora teneva nascosti. Non troverete solo la cronaca. Troverete l’anima di quell’anno, descritta da Roberto Boccafogli che è nato ad Autosprint fino a diventarne direttore. Abbiamo aperto gli archivi per restituirvi immagini che sanno di polvere, sudore e brutalità. Foto che grondano acqua, fatica e la puzza inconfondibile di benzina.

Questa settimana, allacciatevi le cinture e sfogliate lentamente. Perché in queste pagine pulsa la vita vera. Quella che non frena mai. Abbiamo scomposto su carta, giorno dopo giorno, una stagione che ha preteso un tributo disumano, ma che in cambio ha consegnato questo sport, e i suoi uomini, all’immortalità. Il 1976 è qui. È vivo. E corre ancora, maledettamente veloce

(3/3).

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