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Leclerc e Antonelli, l'acuto e la beffa

Pubblicato il 7 luglio 2026, 11:29
Antonelli, dalla caccia alla vittoria al 16° posto
Ma mentre Leclerc respirava l’aria sottile della vetta, nelle retrovie andava in scena il dramma. Un dramma con i contorni dell’epica, che ha per protagonista un ragazzo italiano con gli occhi di chi vuole mangiarsi il mondo. Andrea Kimi Antonelli, al sabato, non aveva solo vinto. Aveva profanato il tempio. Si era preso la Sprint Race mettendo in fila i sudditi di Sua Maestà: Hamilton, Norris, Russell. Tre inglesi a casa loro, battuti da un ragazzino che corre con l’arroganza purissima dei fuoriclasse. Aveva artigliato una qualifica storica, roba che per trovare un italiano lassù, a Silverstone, devi sfogliare i libri di storia in bianco e nero fino a scovare la faccia impolverata di Alberto Ascari.
E alla domenica, Kimi stava per fare saltare il banco. Gomme Hard, più fresche di quelle di Leclerc. Un ritmo indemoniato, un passo inarrivabile. Il gap che si chiudeva, giro dopo giro, decimo dopo decimo. Era una rimonta dannata, inesorabile. Il predatore aveva annusato il sangue e stava per azzannare la preda. Il traguardo della sesta vittoria stagionale era lì, nitido, a portata di volante.
Poi, il giro 41. La Copse. La curva 9. Non un tornante, ma un respiro trattenuto in pieno appoggio. Un cordolo preso come l’aveva preso nei quaranta giri precedenti. Ma la meccanica, come il destino, ha un senso dell’umorismo macabro. Un crack sordo. Istantaneo. Il “wheel shield”, quel deflettore interno, un banale, stupido, irrilevante pezzo di carbonio deputato all’aerodinamica, cede. E con lui cede il mondo.
Da quel momento, la Mercedes numero 12 non è più una macchina da corsa. È una bestia ferita che non vuole più saperne di girare. L’avantreno si alza, la ruota guarda il cielo vuoto. Eppure, è qui che la cronaca si ferma e inizia il romanzo. È qui che Antonelli smette di essere solo un pilota veloce e diventa qualcosa di diverso, qualcosa che riporta indietro l’orologio a un motorsport romantico, crudele e sporco di grasso. Kimi non si arrende. Rimane in pista con una macchina accasciata, inguidabile. Lotta contro un volante di marmo, doma una vettura che vuole solo schiantarsi. È eroismo puro, ruvido, d’altri tempi. È roba da Tazio Nuvolari che guida senza volante, è l’eco di Gilles Villeneuve che riporta ai box una Ferrari su tre ruote a Zandvoort, rifiutandosi di accettare l’evidenza della fisica. Rientra ai box.
Ora Russell è davvero vicino a Kimi
Cambiano l’ala, ma il dolore della Mercedes è più profondo. Rientra di nuovo. Gli strappano via il pezzo rotto. Kimi torna dentro, mutilato aerodinamicamente, pur di strappare un punto, aggrappandosi all’abitacolo con la forza della disperazione. Ma la Formula 1 di oggi non fa sconti alla poesia. I commissari FIA, pallidi notai col righello in mano, non vedono il cuore buttato oltre l’ostacolo: vedono solo le ruote che oltrepassano la linea bianca. Track limits. La burocrazia punisce la lotta per la sopravvivenza. Cinque secondi di penalità. L’ingresso della Safety Car congela le distanze, e Kimi sprofonda. Sedicesimo. Nel nulla. «Sono deluso, arrabbiato. La macchina era inguidabile. Non c’era nulla che potessi fare». Le sue parole a fine gara non hanno filtri. Sputano l’amarezza di chi si è visto scippare non una gara, ma la gara. Lascia l’Inghilterra con 179 punti, il fiato di Russell (154) che si fa più vicino nel Mondiale. Ma lascia Silverstone con una certezza che vale più di mille coppe: il più forte, domenica, era lui. La ruota girerà, ha il tempo e il talento per obbligarla a farlo.
Il sipario si chiude così, su questa Inghilterra schizofrenica. Con la tuta rossa di Leclerc che si bagna di champagne e ritrova il colore della gioia. E con gli occhi scuri di Antonelli che bruciano di quella rabbia sacra che solo i grandissimi sanno trasformare in benzina. L’acuto e la beffa. L’uomo che ha ritrovato se stesso, e il ragazzo che ha scoperto quanto fa male il tradimento del metallo. Così è lo sport. Bellissimo. Spietato. E sempre, fottutamente, vero.
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