Leclerc e Antonelli, l'acuto e la beffa

Mentre va in scena la vittoria della redenzione di Charles Leclerc, si consuma il dramma di Kimi Antonelli che vede sfumare un successo praticamente certo: le due facce del GP di Silverstone
Leclerc e Antonelli, l'acuto e la beffa
© Getty Images

Andrea CordovaniAndrea Cordovani

Pubblicato il 7 luglio 2026, 11:29

Ci sono domeniche, in Inghilterra, dove il cielo non sa mai decidere che faccia mostrare. Si copre di un grigio plumbeo, minaccia burrasca, e poi improvvisamente si squarcia, lasciando cadere lame di luce fredda sull’asfalto. È un meteo dell’anima, prima ancora che atmosferico. E non c’è palcoscenico più crudele e perfetto di Silverstone, questo vecchio aeroporto spazzato dai venti, per mettere in scena il teatro tragico e meraviglioso del motorsport. Da una parte la resurrezione, dolce e insperata. Dall’altra l’abisso, ingiusto e traditore. Charles Leclerc e Andrea Kimi Antonelli. Il principe monegasco che ritrova la corona, il ragazzino feroce che viene disarcionato dal cavallo a un passo dalla gloria. Le due facce opposte di uno specchio in cui la Formula Uno, ancora una volta, ha rifilato ai suoi figli la lezione più vecchia del mondo: non basta il talento, non basta il coraggio. A volte, devi fare i conti con gli dèi della meccanica. E gli dèi, domenica, avevano deciso di guardare altrove.

Leclerc torna sul gradino più alto del podio dopo quasi due anni

Seicentoventiquattro giorni. Contateli, se ne avete il coraggio. Ventidue mesi di astinenza. Sono un’era geologica per chi è programmato per vivere e vincere a trecento all’ora. Sono albe amare, sono dubbi che ti scavano dentro, sono processi mediatici celebrati nei tinelli, nei bar, sui social da giudici improvvisati che trasformano tre weekend storti in una sentenza di fine carriera. Charles Leclerc aveva imparato a convivere con questo rumore di fondo. Lui, che per anni aveva salvato la faccia a una Ferrari che di glorioso aveva mantenuto solo l’adesivo sul musetto, si era ritrovato improvvisamente imputato. Appena quattro punti nelle ultime tre gare, contro la valanga del compagno ingombrante, quel Lewis Hamilton che a casa sua, in Inghilterra, sembra sempre camminare sulle acque.

Ma Charles, a Silverstone, ha fatto la cosa più difficile: si è rifiutato di essere qualcun altro. Ha capito che copiare gli assetti di Hamilton, scimmiottare uno stile che non gli appartiene, lo avrebbe solo condannato a una mediocrità di riflesso. Ha preso la sua SF-26, una macchina che non è ancora l’arma definitiva ma che è tornata a essere una compagna fedele, e l’ha cucita addosso ai suoi difetti, alle sue speranze. Ha ricostruito il feeling pezzo dopo pezzo, nel silenzio. E quando è arrivato il momento, quando l’occasione si è materializzata nella follia di una gara segnata da rotture e safety car, Leclerc si è fatto trovare lì. Ha vinto. Ha regalato a Maranello il duecentocinquantesimo successo della sua storia infinita. E lo ha fatto con una delicatezza chirurgica, danzando sulle insidie di un asfalto infido in un modo che ha risvegliato i fantasmi buoni di questo circuito.

È stata una vittoria liquida, impeccabile, che ha ricordato da vicino le cavalcate dominanti di Jim Clark, l’idolo assoluto di queste campagne, lo “scozzese volante” che a Silverstone dipingeva traiettorie perfette con l’eleganza innata dei miti immortali. Come Clark, Charles non ha dovuto combattere col coltello tra i denti negli ultimi giri, non si è dovuto difendere da un Hamilton frenato (e penalizzato) dalla sua stessa irruenza. Ha vinto con la maturità di chi sa che «a volte serve fortuna». Sorrideva, Charles, sul podio. Un sorriso stanco, pulito, il sorriso di un uomo uscito da un lungo periodo di prigionia.

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