Leclerc e Ferrari, come è bello vincere nella Wembley racing!

Per la Scuderia del Cavallino Rampante trionfare a Silverstone ha da sempre un sapore speciale...
Leclerc e Ferrari, come è bello vincere nella Wembley racing!
© Getty Images

Mario DonniniMario Donnini

Pubblicato il 6 luglio 2026, 13:01

Rugby a parte, dove impera culturalmente il fair play, Charles Leclerc è il primo straniero nella storia dell’umanità che canta l’inno tricolore dopo una vittoria. E già questa è una bella cosa, ma poi di faccenda tosta ce n’è anche un’altra. Mettendo da parte il fatto che le note di Mameli sarebbe stato Antonelli a meritarle, perché questa specie di esondazione emotiva in salsa rossa quasi dimentica che il vincitore logico della gara doveva e non poteva che essere Kimi, salvo sfiga puntualmente verificatasi, in tutti i casi resta una morale secca, cioè questa: una vittoria della Ferrari a Silverstone, il luogo di nascita e di culto della F.1 iridata, vale tanto quanto e quando la nazionale italiana di calcio espugnò per la prima volta Wembley, anno 1973.

Cross di Giorgione Chinaglia, respinge il portiere Shilton e Capello butta la palla in rete, mandando in estasi Nando Martellini in Tv, Enrico Ameri per radio e mezza nazione davanti agli apparecchi in bianco e nero.

Silverstone è la Wembley della Formula 1

Non contava niente, quella partita, era un’amichevole, ma divenne simbolo di riscossa nazionale, una specie di commovente riscatto degli emigranti per primi, proprio nell’anno in cui usciva e faceva piangere il film “Pane e cioccolata”, diretto da Franco Brusati e interpretato da Nino Manfredi e Johnny Dorelli. Il tema principale del film stesso era appunto l’emigrazione italiana, anche se in Svizzera, ma la sostanza del discorso non cambia. Perché Silverstone è la Wembley dell’automobilismo, il salotto nobile, addirittura la sala parto della F.1 iridata, là dove tutto comincia nel 1950, quando Re Giorgio VI applaudiva Nino Farina al top con l’Alfetta.

Insomma, un trionfo Ferrari a Silverstone non è una vittoria qualsiasi, ma rappresenta un’estasi tricolore come in nessun’altra parte del mondo, neanche a Monza e neppure a Imola. È casa loro.

Perché - la mostra del Mauto “I Nemici del Drake” che con Carlo Cavicchi stiamo proponendo a Torino lo dimostra -, la sfida che ha fatto nascere e crescere l’importanza della F.1 nella cosiddetta guerra dei trent’anni 1958-1988 è proprio quella tra i Costruttori britannici, i cosiddetti assemblatori, tutti cavilli e pochi cavalli, e la Rossa di Enzo Ferrari, che inizia a vincere proprio sull’ex superficie aeroportuale. Nel 1951 con “El Cabezon” Froilan Gonzalez, il quale farà il bis nel 1954, mettendo in mezzo a panino i due trionfi consecutivi di Alberto Ascari,vedi 1952 e 1953, sempre per l’equino rampante. E poi ridagli con Fangio nel 1956, con Collins nel 1958 e con von Trips nel 1961. Morale della favola, sette volte nelle prime undici presenze una Ferrari trionfa, appunto nella Wembley del motore, e mister Enzo dopo solo tre lustri di attività da Costruttore viene universalmente riconosciuto un mito immediato, la cui storia è subito cristalizzata in leggenda, senza neanche passare per la cronaca.

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