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E qui comando io: Antonelli nuovo "re" della F1

Pubblicato il 26 maggio 2026, 10:16
Non c’è favola, in questa storia di asfalto e furore. C’è solo una meravigliosa, sfacciata, cruda realtà che ha il suono di un motore portato oltre il limite del ragionevole. Kimi è alla quarta sinfonia, la quarta vittoria consecutiva. I debuttanti, di solito, chiedono permesso. Si mettono in fila, studiano i campioni, abbassano lo sguardo. Nessun rookie ci era mai riuscito, nessuno aveva mai infranto le regole dell’anagrafe e della fisica con questa voracità cannibalica. Trionfare in quattro gare di fila dopo aver spezzato l’incantesimo della prima, annientando il tabù del “non c’è due senza tre”. La quarta vien da sé, dicono. Ma a Montreal, tra i muretti che sfiorano l’acqua del San Lorenzo, niente viene da sé. Te lo devi prendere. E lui se l’è preso chiudendo la pratica con un giro veloce strappato con i denti all’ultima tornata, un graffio sulla pista per dire: qui comando io. Kimi va in fuga. Lascia il vuoto alle sue spalle, dilatando nella classifica un vantaggio di punti che ha già il sapore dolce e spietato della lepre che si fa beffe dei cacciatori.
Antonelli e Russell, lotta dura per 30 giri
Al via, la tensione aveva un peso specifico. Si poteva misurare, tagliare, respirare. Sulla prima fila, George Russell puntava il muso della sua monoposto verso quella di Kimi. Le narici dilatate sotto la visiera ad annusare il profumo aspro della sfida, gli occhi sgranati di chi sa che si gioca molto più di una gara: si gioca l’onore. E da lì, quando i semafori si sono spenti, sono iniziate le guerre stellari. Come nella gara sprint, ma con più ferocia, senza prigionieri. È scattato un duello clamoroso, roba da strizzare le coronarie anche ai cuori più allenati. Sorpassi, controsorpassi, staccate tirate fino all’ultimo millimetro utile.
Antonelli non ha solo guidato; ha messo una pressione asfissiante, fisica, psicologica sul compagno di squadra. Un marcamento a uomo continuo, ossessivo, a trecento all’ora. Fino all’estremo, fino alle ruotate. Una follia agonistica che ha marmorizzato Toto Wolff al muretto box, trasformato in una statua di sale, impotente davanti a due figli che si azzannavano. Poi, al trentesimo giro, il sipario cala bruscamente. Il respiro del motore di Russell si spezza. La macchina accosta, muta, a bordo pista. Tradito dalla meccanica, George scende. Morde l’amaro della polvere e mastica rabbia nell’interfono: «Non me ne va una giusta», recita, come un attore tragico che elenca le spine della sua stagione. «La fortuna non è dalla mia parte». È la nenia dei battuti, la scusa di chi cerca nel cielo quello che non trova sull’asfalto. Come a sussurrare al mondo che se Kimi vince, in fondo, è solo perché il destino gli sorride.
Ma la fortuna, con Kimi, non c’entra nulla. C’entra il cuoio. C’entra il sudore, c’entra una fatica antica che sa di Bologna.
Da Bologna al podio di Montréal
La ferocia agonistica di questo ragazzo non è stata progettata in galleria del vento, non è un algoritmo figlio di un computer. Ha radici ruvide, che profumano di fatica e di strada. Tutto parte da nonno Bruno Pomaro, il papà di mamma Veronica. Un uomo che era una colonna della polisportiva. Sempre Avanti, un tempio laico, proletario, dove il pugilato non era solo uno sport, ma una grammatica per sopravvivere alla vita. Da lui, Kimi ha ereditato i valori della nobile arte: l’incasso, il colpo d’occhio, la capacità di non abbassare mai, per nessuna ragione, la guardia.
Bologna, negli anni del dopoguerra, era una città che ricostruiva le sue ossa rotte con le mani sporche di grasso e i cuori gonfi di ostinazione. Sotto i portici, l’eco dei motori Maserati e Ducati iniziava a farsi sentire, mischiandosi all’odore dei tortellini. Ma nei pomeriggi afosi, in quella palestra, c’era un altro suono a dettare il tempo della vita: il ritmo secco, ipnotico, brutale e sincero dei guantoni contro il sacco da boxe. Destro, sinistro, schiva. Destro, sinistro, schiva. È in quella palestra polverosa che ha origine la stirpe. Nonno Bruno, andatosene via silenziosamente alla fine del 2024, era fatto di quella tempra emiliana che non ha nel vocabolario la parola resa. Quel nonno oggi non c’è più a bordo ring, ma il suo jab vive in ogni staccata, in ogni traiettoria, in ogni ruotata del nipote. Kimi guida come se facesse a pugni: preciso, implacabile, letale.
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