F1 e WEC: motori e pallottolieri

Mentre il Mondiale Endurance difende la scelta di celare i dati del BoP, la F1 prepara la svolta con meno elettrico per il 2027
F1 e WEC: motori e pallottolieri
© Ferrari Media

Andrea CordovaniAndrea Cordovani

Pubblicato il 12 maggio 2026, 09:55

L'algoritmo del Marchese del Grillo

Ma il capolavoro assoluto, l’apoteosi dell’opacità, ce lo regala Bruno Famin, interpellato per spiegare questo fantomatico “Rolling BoP”. Di fronte alla richiesta di chiarezza, la risposta è un inno alla presunzione del Palazzo: è “troppo complicato” per essere spiegato, dunque meglio la via del silenzio. Leggete con attenzione, perché sembra uscito dalla penna di un Azzeccagarbugli moderno: «Scegliamo un certo numero di gare rappresentative. C’è un lavoro piuttosto enorme di elaborazione dei dati per conservare un certo numero di giri il più rappresentativi possibile della prestazione. Facciamo una pulizia per avere un database il più rappresentativo possibile. Quindi eliminiamo le gare che non sono rappresentative e prendiamo le migliori. Abbiamo selezionato un ‘campione‘ di gare che non sono necessariamente le stesse per ogni costruttore. È per questo che non diciamo quali siano, né quante siano».

Capito l’antifona? Noi scegliamo, noi puliamo, noi eliminiamo, noi applichiamo pesi e misure diverse per ogni costruttore, ma – attenzione – non vi diciamo né come né quando. È la sindrome del Marchese del Grillo applicata ai motori: l’algoritmo siamo noi, e voi non siete nulla. In questo teatro dell’assurdo, non resta che la rassegnazione signorile di chi subisce.

Antonello Coletta, incassata la botta, sceglie l’eleganza: «La strategia della squadra è stata impeccabile, come dimostrato anche dalla risalita della numero 83 di AF Corse, non abbiamo nulla da recriminare verso noi stessi e speriamo ora di tornare a combattere per il vertice fin dalle qualifiche e dal primo giro della prossima gara». Parole nobili. Ma la sensazione amara resta. Se l’obiettivo era livellare i valori per creare spettacolo, il risultato è l’esatto opposto: la trasformazione di uno sport di ingegno, coraggio e velocità in una grigia e imperscrutabile spartizione da manuale Cencelli. E di questo passo, più che i cronometristi, a bordo pista converrà schierare i notai.

La rivincita dei cilindri

C’era una volta il “Grande Compromesso Verde”, un’architettura di carta e buone intenzioni concepita nelle stanze asettiche della FIA, dove si era deciso, con la solennità di un concilio ecumenico, che il futuro della F1 dovesse essere una democrazia perfetta: 50 % motore a scoppio, 50 % batteria. Un matrimonio forzato celebrato in nome di un’ecologia strumentalizzata e che alla prova dell’asfalto, ha mostrato le crepe di un’applicazione maldestra e senza sostanza di un’ideologia mal interpretata.

È bastato un pugno di gare e tre sessioni di test per capire che quella formula non era un progresso, ma una prigione. Senza il supporto dell’MGU-H — il marchingegno che recuperava calore — e con una batteria ferma al palo dei 4 megajoule, i piloti si sono ritrovati trasformati in malinconici contabili del voltaggio. Gente abituata a sfidare la fisica costretta a consultare fogli Excel mentali per capire se “dispiegare l’ERS” o ricaricare in curva 8, mentre le macchine, sui rettilinei più lunghi, ammutolivano d’improvviso, colpite da quel “derating” che è il termine tecnico per descrivere una figuraccia elettrica. Poi è arrivata Miami. E con Miami, la resa dei conti.

I vertici del Circus hanno ammesso l’evidenza: il 2026, così com’era stato scritto, era un vicolo cieco. Ed ecco allora la marcia indietro di mezzo metro per salvare l’anima: dal 2027 si torna a dare fiato ai cilindri. Cinquanta kilowatt in più al motore termico e un taglio speculare alla parte elettrica, che scende a 300 kW. È la vittoria del realismo sul feticismo tecnologico. Si è capito, forse troppo tardi ma ancora in tempo, che l’aerodinamica attiva e i marchingegni digitali non potevano nascondere la mancanza di “cuore”.

Miami, paradossalmente, ha mostrato cosa potrebbe essere la F1 se smettesse di guardarsi allo specchio dei bilanci energetici: sorpassi veri, quattro squadre a darsele di santa ragione e il giovane Kimi Antonelli che vince ricordandoci che lo sport è ancora fatto di talento e non solo di ottimizzazione. Il ritorno del motore a scoppio non è solo una questione di flussometri o di bielle. È una questione di suono. Quel rumore animalesco, sporco e oscenamente umano che un tempo faceva vibrare le tribune e lo stomaco dei tifosi. È il ruggito di un’epoca in cui la velocità si misurava in giri al minuto e non in watt-ora. Forse, nel 2027, i piloti smetteranno di parlare come ingegneri gestionali e torneranno a parlare come eroi. Perché la Formula 1, se non è un’emozione che ti graffia la gola, è solo un costoso esercizio di elettrotecnica. E per quella, francamente, basta un buon elettrodomestico.

(2/2)

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