La Ferrari mitografica e quella... tragiconica!

A Monza la celebrazione dell'era Schumi lancia segnali chiari ed esempi severi rsipetto ai difetti del presente
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La Ferrari mitografica e quella... tragiconica!
© Getty Images

Mario DonniniMario Donnini

Pubblicato il 8 settembre 2026, 15:20

E allora tutti pensammo che - anche se dal 1979 mai più un terrestre s’era iridato a bordo d’una Ferrari - magari quel marziano prima o poi ce l’avrebbe fatta. E così fu, anche se ci vollero cinque anni d’orologio per riuscirci, a dare inizio al cursus honorum dell’era mai abbastanza celebrata e rimpianta di Montezemolo, Todt, Byrne e Brawn. 

Con Michael Schumacher, che, diciamola tutta, vinse il primo e unico titolo nella storia della F.1 da Pilota Ricostruttore, trent’anni dopo il solo da pilota costruttore di Jack Brabham nel 1966. Perché Schumi, girando giorno dopo giorno a Fiorano, sfondandosi di test, briefing, perfezionismo, lavorismo e motivazioni alfieriane trasformò pian piano quel vascone in un’arma micidiale e la Rossa nella gioiosa macchina da guerra che tremar il mondo fece, godendo per un quinquennio e oltre dopo il penitenziale lustro preparatorio da bruco che diventa farfalla.

Il richiamo di Monza

E celebrare Schumi a Monza inalberandone marchio, livrea ed esempio, grazie anche a Vettel sulla F2002 la domenica, non dimenticando che sempre al velocistico tempio il 10 settembre 2006 il kaiser vince a Monza e annuncia il (primo) ritiro, è anche lanciare un segnale subliminale e tellurico alla Ferrari d’oggi. Perché quella di Schumi e da Schumi era tanto, sideralmente diversa da quella di oggi. E non certo poiché i decenni sono scorsi e le cose cambiate. No, perché la lectio magistralis dell’Uomo di Kerpen resta e dice chiaro che quella era una Ferrari di sudore, tutta tacere e sacrifici finalizzati, priva di proclami. Ferocemente finalizzata, instancabilmente tenace. Una murena che stava mordendo il circo F.1 e che mai avvrebbe lasciato la presa, lentamente sbranandolo.

Sì, così differente da questa, che si sottopone ai bagni di folla in piazza prima e non dopo le vittorie annunciate e mai avvenute. La Ferrari di Schumi, quella predatoria della falconeria, mica questa, della fighetteria egoriferita. Modaiola, griffata, glam, chic, con le dichiarazioni frou frou fatte davanti ai microfoni un po’ bronciosi, col capello che fa baruffa e il nasino all’insù. La Ferrari di Schumi no, era rosso opaco. Trent’anni fa poco le dava e tanto le prendeva, ma senza un fiotto né un lamento. Con negli occhi e nel dolore una rabbia che, dai e dai, sarebbe splosa in gioia.

E allora in quella vetusta, veneranda, amabile, amata e gloriosa Ferrari F2002, portata in pista la domenica da Vettel, allievo modello della scuola schumacheriana, non v’è solo nostalgia canaglia, celebrazione calendariale e calendariata, ovvero pisciate di lacrime date da senescenza sciogliente.

No, in un fine settimana horror come questo, quella parata mica troppo quieta è anche un cazziatone semovente, un richiamo, una citazione, un grido d’allarme militaresco di ritorno alle armi. Ai tempi in cui, invece che cercare scuse, si ritrovava il Mito. 

Ciao, Schumi. Taci da tanto, ma a modo tuo, ogni volta che puoi, ci dici tante cose.

(2/2).

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