La Ferrari mitografica e quella... tragiconica!

Pubblicato il 8 settembre 2026, 15:20
Dai, bella l’idea di celebrare l’era Schumi alla Ferrari, giusto a trent’anni dall’inizio. Dando lustro e giubileo anche a quel 1996 che resta un passo importante nella vita del Campionissimo, anzi, fondamentale, ineludibile e rivelatore. Quello fu l’anno più catastrofico, impotente e depotenziato, per il Kaiser che scese del trono, ma anche il più sorprendente, tignoso e miracolostico.
Quando cioè, dopo aver saggiato e detto addio al motore V12 in un rituale e commovente test di passaggio, Michael iniziò la stagione vera e propria a bordo della F301 col V10, ovvero il vascone progettato da John Barnard, totalmente privo della benché minima speranza di difesa iridata in quanto quella Ferrari di carbonio e in carne e ossa ancora era ben lungi dall’avere nelle gambe i simbolici novanta minuti del mondiale.
L'anno in cui Schumi imparò a perdere per vincere
Eppure, eppure, eppure. Sì, ci sono non meno di tre eppure, perché in primavera in Spagna piove che Dio la manda ma l’uomo dal mento volitivo in mezzo all’uragano gira dando non meno di quattro secondi a tornata a un mago della pioggia come Alesi, da cui aveva preso il testimone di ferarista di riferimento. Spiegando al mondo che un trionfo sul bagnato estremo sta all’automobilismo da corsa come una vittoria per distacco sta al ciclismo eroico, se ottenuta sulle nevi delle Tre Cime di Lavaredo.
Poi c’è Spa 1996 e lì e altra epica dell’epoca, perché sul tracciato più vero e favoloso del mondiale c’è Crucco ma non v’è inganno e tutti gli avversari restano con le pive nel sacco, facendo la figura di un sacco di pive. Infine Monza Novantasei. Dove pare chiaro che niente e nessuno impedirà di vincere alle AstroWilliams-Renault del futuro campione del mondo Damon Hill o del rookie Jacques Villeneuve, anche se poi all’arrivo a fare festa in un parco per niente parco d’emozioni è lo Schumi mentone a bordo del vascone.
E allora? Be’, cos’è, questa una stolida botta sterile di nostalgia canaglia? Una nuova e paracula palcata alla Al Bano & Romina? Ma anche no. Magari, a ben guardarla e involontariamente, è tutt’altro, perché quel Monumento umano e quella Ferrari perdendo tanto e vincendo poco, in quella stagone dimostrarono tante cose.
La lezione che la Ferrari di oggi dovrebbe ricordare
La prima, che tutto era da ricostruire. La seconda, che tutto era in ricostruzione. La terza, che una speranza c’era. La quarta, che Michael Schumacher era davvero il pilota più veloce del mondo. E tutti noi lo scoprimmo non più perché vinceva in modo insopportabilmente spregiudicato con la per certi versi odiosa ma tostissima Benetton di Briatore, ma, al contrario, perdeva ormai spesso ma in modo delizioso, eroico, dimostrando d’essere bastonato in classifica a punti, ma esaltato dal suo umano compensare le lecune della macchina.
Insomma, in quell’anno magico tutti capimmo chi era davvero Schumi. Non solo perché ogni tanto a sorpresa vinceva, ma soprattutto perché perdeva dimostrando nella penitenza addirittura più cose virtuose che nel vittorioso godimento.
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