Temi caldi
Ma quanto sono brutte le corse di oggi?

Pubblicato il 27 aprile 2026, 12:01 (Aggiornato il 28 apr 2026 alle 08:13)
Dio mio, ma quanto sono brutte le corse di oggi? La F.1 è un crogiuolo impestato di elettricità e ricariche, che non ha più niente a che vedere con l’unico motivo per cui è nata, cioè stabilire il pilota intelligentemente più veloce del mondo. Ora la macchina conta al 90% più dell’uomo e alla voce uomo chi sa ricaricare conta al 100% più di chi sa spingere.
Tecnica o teatro? Sorpassi costruiti e sviluppo congelato
L’altro giorno un pilota mi diceva che è depresso, perché questa è una formula in cui gli ingegneri devono insegnare ai campioni come andare in rettilineo. E qui mi fermo, perché aggiungere altro sarebbe un insulto all’intelligenza di chiunque. Riunioni e controriunioni per mitigare gli effetti di una riforma catastrofica, meccanismi di perequazione di performance (lo scandaloso Aduo), sorpassi finti, drogati, come quando mia nonna mi faceva vincere a rubamazzo, sviluppo vero congelato per anni...
Vado oltre? Vado: le peggiori piste mai viste degli ultimi cinquant’anni, piatte, mosce, inutili, folli e sterili serpentine - avete mai visto accadere qualcosa sul presunto spettacolare snake di Austin? - una vagonata di demenziali circuitini stop and go, con Spa, Suzuka e Monza che, se solo i padroni del vapore potessero, le leverebbero dalle scatole, perché ormai servono solo a dimostrare la frigidità sportivamente truffaldina di tutto il resto.
Il mito tradito: il valore della F1 non nasce nei bilanci
E anche ’sta storia di Liberty Media che avrebbe fatto un terific job, portando il marchio F.1 a valere dieci volte di più di quanto lo ha preso, andrebbe spiegata e ridimensionata. Il marchio F.1 nell’era dell’iperconnessione mediatica è destinato a valere sempre di più perché è il più frequente dei tre eventi sportivi planetari a calamitare l’attenzione, visto che i mondiali di calcio e le olimpiadi si svolgono ogni quattro anni, mentre i Gp una settimana sì e una no.
E la gente si accalca per assistere a una gara iridata mica perché si arrapa con Liberty o con le foto tessera di Ben Sulayem, ma perché ancora sogna e s’esalta con le imprese di Fangio, Stewart, Brabham, Andretti, Schumi e Hammer e soprattutto perché ci si sono giocati la pelle Clark, Rindt, Villeneuve e Senna. Quello è il marchio, il magnetismo, il dolce, commovente e crudele glam, l’hype della griffe. Così come tre miliardi di persone seguono il calcio grazie a Schiaffino, Sivori, Di Stefano, Pelé e Maradona e non certo perché c’è Infantino incravattato che appalta mondiali agli arabi e non.
La F.1 tira ovunque non perché è un valore di borsa ben gestito, ma perché è leggenda. Punto. Il resto son balle. È come se l’attuale governatore dell’Arizona o dello Utah rivendicasse il successo dei film western, della Monument Valley o dei fumetti di Tex Willer: no, carissimo, quelli tirano ancora non certo perché ci sei tu in carica, ma solo in quanto questi show di celluloide, sabbia, pietra e carta appartengono a una mitografia ammaliante che attira e attirerà chissà per quanto, diciamo da sempre e per sempre, quale simbolo di frontiera, avventura, sfida estrema.
Quando sento dire che Liberty ha fatto un terrific job, un lavoro fantastico, mi vien male: ma come, in dieci anni potevano sbagliare solo due cose, ossia macchine e calendario, e le hanno sbagliate, dunque, cosa potevano fare di peggio? E sapete perché le hanno sbagliate? Per inseguire il dollaro fine a se stesso. Facendo un’asta tra le location più ricche (e instabili) al mondo per assegnare i Gp a sceicchi in palandrana e ripetendo la stessa asta tra i Costruttori per dare gli slot, con la scusa della ricerca e dello sviluppo - che son balle belle e buone, perché la F.1 non ha mai fatto progredire nulla in vita sua -, semielettrificando il tutto.
Sfoglia le pagine per continuare a leggere (1/2)
1 di 2
Iscriviti alla newsletter
Le notizie più importanti, tutte le settimane, gratis nella tua mail
Commenti
Loading

