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Ricciardo dallo shoey al ritiro: “Ho dato tutto. Ero esausto”

Pubblicato il 2 aprile 2026, 15:07
C’è stato un momento in cui lo shoey sembrava solo una trovata. Una di quelle trovate da paddock, destinate a durare il tempo di un podio. E invece no. Perché, a riascoltare oggi Daniel Ricciardo, quello non è mai stato solo un gesto. Era identità. Nel corso di un'intervista a Drive, podcast di Jim Farley, l'otto volte vincitore ha raccontato alcuni retroscena che hanno reso l'australiano uno dei piloti più amati della massima categoria.
Il segno distintivo di Ricciardo, finito un po' nel dimenticatoio a causa della carenza di podi, era lo "shoey". Ovvero, bere lo spumante da una delle scarpe dello stesso pilota. Un gesto eccentrico ed esuberante, in pieno stile di Ricciardo, “Alcuni miei amici in Australia lo facevano già, surfisti che giravano il mondo bevendo dalle scarpe. Per me era un modo per dire: vivo lontano da tanto, ma sono ancora australiano”. Un gesto semplice, forse non proprio di gusto, ma dentro c’è tutto: distanza, appartenenza, e quella necessità quasi ostinata di restare se stessi in un ambiente che di spazio per la personalità ne lasciava poco.
Ricciardo lo dice senza girarci intorno: voleva “rilassare” uno sport rigido. Anche a costo di sembrare fuori posto. Anche senza sapere come sarebbe stata presa. “Non avevo idea di come sarebbe stato accolto. Pensavo fosse una cosa da fare una volta sola. Qualche mese dopo, a Singapore, ho fatto un podio e ho deciso di non farlo… e il pubblico ha iniziato a cantare “shoey” e poi a fischiare. A quel punto ho capito: ok, lo vogliono davvero. Da lì in poi, ogni podio era uno shoey".
Libertà, prima di tutto
Se c’è una parola che tiene insieme tutto il racconto di Ricciardo, è una: libertà. La prima volta su un go-kart a otto anni. “La sensazione di controllare qualcosa a quell’età e di essere intoccabile”. È una chiave interessante, perché ribalta completamente la percezione esterna della Formula 1. Da fuori è pressione, rischio, prestazione pura. Da dentro - almeno per lui - era l’opposto. “Quando entravo in macchina, per tutti era il momento più difficile, per me era il più facile. Era il mio momento”. Un rifugio, più che un campo di battaglia.
Il lato che non si racconta
Poi c’è il lato meno instagrammabile della Formula 1. Quello che raramente passa. “Ci sono tantissimi giorni frustranti, fuori dal tuo controllo”. Otto vittorie in oltre 250 gare. Una percentuale che fa riflettere: nel racconto collettivo è “uno che ha vinto”. Ed è qui che il discorso si fa interessante: in Formula 1 il successo è l’eccezione, non la regola. “Le giornate belle sono rare. Ma proprio per questo sono così intense”. È una logica quasi crudele, ma funziona così.
Capire quando è finita
La parte più lucida - e forse più dura - arriva quando si parla di fine. Non c’è un momento preciso. Non c’è una linea netta. C’è un processo. “Negli ultimi anni ho dovuto riflettere molto. Nel 2022 ho faticato, nel 2023 ero senza sedile. Mi sono chiesto: è finita?” La risposta, all’inizio, era no. Perché la voglia c’era ancora. Poi il ritorno, ma arriva l’infortunio e lo stop forzato. “E lì pensi: è un segnale?”. È qui che il racconto smette di essere sportivo e diventa umano. Perché il punto non è più la performance, ma il logoramento. “Alla fine ero esausto. Avevo dato tutto. In un certo senso sono stato grato che la decisione sia stata presa per me. Perché dirlo da solo è ancora più difficile”.
Il paradosso di Ricciardo è tutto qui: uno dei piloti più riconoscibili della sua generazione, ma anche uno dei più consapevoli dei propri limiti, del tempo che passa, di ciò che cambia. C’è un bambino che ha inseguito la libertà e che a un certo punto ha capito che non era più la stessa.
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