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Alex Zanardi: l’uomo che ha insegnato a vincere anche quando tutto sembra perduto

Pubblicato il 6 maggio 2026, 11:08
La storia di Alex Zanardi non comincia con una vittoria. Comincia quando tutto sembrava finito. Il suo percorso è fatto di velocità, di vittorie, ma soprattutto di rotture, fisiche e interiori, che avrebbero spezzato chiunque. Eppure, lui stesso lo disse con una lucidità disarmante: “Mi sono spezzato ma non mi piego”.
Era il 2001. Pochi mesi dopo l’incidente che gli costò entrambe le gambe, Zanardi si presentò in pubblico ai Caschi d’Oro di Autosprint. Si alzò in piedi, contro ogni aspettativa, e con ironia disse: “Son talmente emozionato che mi tremano le gambe”. Dietro quella battuta c’era tutto: dolore, consapevolezza e una forza fuori dal comune.
Il giorno in cui tutto cambiò
L’incidente del 2001 non fu solo grave: fu al limite della sopravvivenza. Trasportato d’urgenza in elicottero, arrivò in ospedale con meno di due litri di sangue in corpo. Subì sette arresti cardiaci, sedici operazioni, l’amputazione di entrambe le gambe. Eppure, quando si risvegliò, la sua prospettiva fu sorprendente: “Quando mi sono svegliato senza gambe ho guardato la metà che era rimasta, non quella che era andata persa” (Fonte: Rai). Questa frase, più di qualsiasi medaglia, racconta chi era davvero.
La filosofia di una rinascita
Zanardi non si è mai presentato come un maestro di vita. Eppure, lo è diventato: “Io non sono nessuno per poter dispensare pillole di saggezza, credo che la vita sia una grande occasione nella quale prima riesci a capire dove vuoi andare e prima ti metti al lavoro nel modo più semplice possibile.
Perché quando hai passione, ti alzi al mattino e non vedi l’ora di poterti grattar la testa per capire cosa puoi aggiungere ancora a cosa avevi fatto al giorno prima, e tutti i passi che compi grandi o piccoli sono un nuovo punto di partenza per continuare lo stesso percorso” (Fonte: Rai).
Per lui, vivere significava agire, costruire, migliorare ogni giorno, spinto da una passione autentica. Non c’era spazio per l’autocommiserazione. Solo per il movimento, anche quando sembrava impossibile.
Scegliere la propria strada, sempre
Dopo l’incidente, Zanardi ha reinventato se stesso. Ha trovato nello sport una nuova dimensione, arrivando fino alle Paralimpiadi e diventando un simbolo globale. Ma più delle imprese sportive, colpisce la chiarezza con cui parlava delle sue scelte: “Io credo che sia importante nella vita far la propria strada… ho sincronizzato il mio cervello su quello che c’era da fare per trarre il meglio dalla scelta che avevo fatto” (Fonte: Rai). Non si tratta di destino, ma di decisione.
Il bene, anche nel dolore
Forse la lezione più potente che lascia è questa: “Qualsiasi cosa possa accadere nella vita… riuscire a trovare quel po’ di bene è come trovare il punto d’appoggio per cominciare a costruire tutto il resto” (Fonte: Icarotv).
Zanardi non negava il dolore. Lo attraversava e poi costruiva sopra. Il campione ha spesso espresso un’idea simile: “mentre cerchi ciò che hai perso, puoi accorgerti di qualcosa di nuovo che vale la pena raccogliere.”
Oltre la fine, l’eredità
Parlare di Alex Zanardi oggi significa parlare di un’eredità che va oltre la sua presenza fisica. Non è stato solo un campione, ma una prova vivente che anche nelle condizioni più estreme esiste una possibilità. Non quella di tornare come prima. Ma quella, molto più difficile, di diventare qualcuno di nuovo. E forse è proprio questo il suo lascito più grande: non insegnare a evitare le cadute, ma a dare loro un senso.
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