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Autosprint n.51 del 2001: La sera in cui Alex si rialzò in piedi
Pubblicato il 4 maggio 2026, 13:14 (Aggiornato il 4 maggio 2026, 11:32)
L’urlo. A noi che amiamo le corse, per cent’anni era mancato l’urlo. I calciofili per un secolo ce l’hanno rinfacciato. Un sorpasso non vale un gol. Un’infilata all’interno di una vettura sull’altra provoca boatos controllati, brividi inquieti, entusiasmo ammirato, ma non vale e non varrà mai il ruggito, lo scoppio dionisiaco della folla davanti a un calciatore che fora la rete.
L’urlo che alle corse è sempre mancato
Perché un gol, se arbitro dà, è violento, incancellabile, liberatorio, definitivo. Invece un sorpasso è effimero, tant’è che la curva dopo se vai largo sei già bell’e risorpassato. Ci voleva qualcos’altro, ecco, per tirarci fuori quel famoso urlo. Per sentire la gabbia toracica spremerci il cuore su per la gola e ritrovarci felici, con gli occhi grandi e bagnati. No, vattelo a immaginare, le macchine da corsa non servivano. Bastava un uomo. Senza casco, senza tuta, senza guanti e pure senza gambe, pensavamo sbagliando. Ma fino a quel sabato sera non potevamo mica saperlo.
Bologna, serata dei Caschi d’Oro di Autosprint, sabato 15 dicembre 2001. Siamo a cinque minuti dalla fine del tempo regolamentare. Cinque minuti. Nella storia dello sport italiano l’urlo più bello nasce sempre a cinque minuti dalla fine. Come all’Azteca, Messico ’70, quando il Bonimba numero Venti si libera sulla sinistra, serve il Golden Boy Rivera che ci pensa un attimo e poi buca il portiere Sepp Maier entrando nella leggenda. Italia-Germania 4-3.
In piedi davanti a un mondo seduto
Bologna, si diceva: cinque minuti dalla fine della diretta Rai. Il dottor Claudio Costa scende sulla fascia, spinge una carrozzella, si blocca e serve l’uomo ora seduto sul centro del palconscenico. Per qualche interminabile istante Alessandro Zanardi rimane fermo, sorride, guarda il mare di folla, aspetta che l’applauso cali di intensità. Poi, come Rivera, si fa forza, chiude gli occhi e ci prova. L’urlo. Eccolo. Alessandro Zanardi ha segnato.
È lì in piedi, lui, al cospetto mondo che se ne sta seduto. Strana, la vita. Per emularlo vien voglia di alzarsi. Tutti. Davanti o dietro la Tv, per una volta fa lo stesso. ’Fanculo, Lausitzring, fottiti. Italia-Germania? Be’, abbiam vinto anche questa volta, non voletecene, amici tedeschi. Di più. Stavolta l’automobilismo pareggia il conto e batte il calcio per miglior differenza cuore. Scusa la retorica per niente anti-tedesca, caro Schumi, sii comprensivo. E adesso lasciateci piangere in pace, voi calciofili, che non potete capire.
Le lacrime e una platea senza difese
D’altronde, piange in prima fila Viviane Da Silva. È venuta a ritirare insieme alla figlia Paula il Casco d’Oro di Pilota del Secolo a nome di suo fratello Ayrton Senna. Chissà, magari pensava che questa fosse una premiazione stanca e triste come tante altre. È arrivata impeccabile e cortese, regale nel suo abito da sera, composta, col filo di trucco e la borsetta giusta. Adesso è lì, appena spettinata, col rimmel che scorre canalizzato per le gote, dopo che le prime lacrime le erano sfuggite sul palco poco prima. Quando, ritirando il premio, aveva per un attimo avvertito Ayrton di nuovo vicino.
Ehilà, ma guarda, piange pure il presunto robot. Che poi tanto robot non è, a quanto pare. Schumacher Michael di anni trentadue butta lacrime a fontana, da ragazzo come tanti altri, e diventa più rosso della sua Ferrari. Si è già beccato un gran bacio in diretta dalla figlia di Jean Alesi, impossibilitato a intervenire causa neve, e ora il gesto di Zanna lo scioglie del tutto.
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