Alessandro Zanardi, il sorriso che non si arrende

Resta l'esempio, che non è una parola vuota, ma è la scia che Alex ha lasciato sull'asfalto della vita. Una scia dritta, pulita, bellissima. Ciao, Alex. Buona strada.
Alessandro Zanardi, il sorriso che non si arrende

Andrea CordovaniAndrea Cordovani

Pubblicato il 2 maggio 2026, 14:28

Si è fermata la carovana di Alex, e stavolta non ci sono traguardi da tagliare, ma solo un silenzio che pesa come il piombo. Se ne va Alessandro Zanardi, e scrivendo queste righe sembra di commettere un errore di sintassi, una bestemmia contro la logica della vita. Perché Alex era, per definizione, l’uomo che non si fermava mai.

Alex da Castel Maggiore, emiliano di pasta buona e di spirito sottile, era uno che alla Signora in Nero aveva già sbattuto la porta in faccia un quarto di secolo fa. Sul traguardo del Lausitzring, nel 2001, lo avevano dato per spacciato. Gli avevano dato l’estrema unzione mentre il sangue bagnava l’asfalto tedesco e le sue gambe restavano là, tra i rottami di una vita che sembrava spezzata. Invece lui, con quella sua ironia che sapeva di tortellini e olio bruciato, si era rialzato. Non per miracolo, ma per testardaggine.

Aveva capito prima degli altri che la vita non si misura in centimetri o in arti, ma in traiettorie. Se non puoi più spingere sui pedali di una Formula 1, allora usi le mani. Se le mani diventano i tuoi piedi, allora quelle mani devono diventare d’oro. E lo sono diventate: nell’handbike, alle Olimpiadi, ovunque ci fosse un centimetro di dignità da strappare alla sfortuna. Lo vedevi correre e non pensavi mai alla parola "disabile". Pensavi a un atleta, punto e basta. Un artigiano della fatica che sudava l’anima su tre tubi di carbonio, con il sorriso di chi la sa più lunga del destino.

Non era un tipo da piedistalli, Alex. Se gli davi dell'eroe, probabilmente ti rispondeva con una battuta fulminante per riportarti a terra. Gli piacevano le cose vere: il rumore dei pistoni, una tavola imbandita, la dignità di chi non si piange addosso. Aveva trasformato la sua sfortuna in una lezione di geometria applicata all'esistenza: se la curva è stretta, allarga la scia.

Poi è arrivato quel maledetto tornante in Toscana, un pomeriggio che sapeva di sole e invece portava ombra. Da lì è iniziata un’altra gara, la più difficile, corsa tutta in difesa, nel silenzio di una stanza e nell’abbraccio di Daniela e Niccolò, i suoi meccanici dell'anima. Hanno vegliato su di lui come si fa con i prototipi preziosi, sperando in un ultimo, incredibile collaudo.

Oggi il paddock è vuoto. Non ci sono bandiere a scacchi, solo un grande senso di vuoto. Mi piace immaginarlo lassù, finalmente libero da protesi e fatiche, a discutere di traiettorie con l'amico Ayrton o a dividersi un bicchiere di quello buono con chi, come lui, ha amato la vita fino all'ultimo bullone.

«La vita è come un caffè: puoi metterci tutto lo zucchero che vuoi, ma se lo vuoi gustare devi berlo amaro».  Zanardi l’ha bevuta tutta, la sua tazzina, senza lasciare una goccia. E noi restiamo qui, a guardare l'asfalto che scotta, grati per aver visto correre l'uomo che non aveva bisogno di piedi per camminare dritto verso la leggenda. Se n'è andato un pezzo di noi, della nostra voglia di crederci sempre. Resta l'esempio, che non è una parola vuota, ma è la scia che Alex ha lasciato sull'asfalto della vita. Una scia dritta, pulita, bellissima.

Ciao, Alex. Buona strada.

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