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Quando la Formula 1 si ferma: dall’apartheid alla Russia fino ai GP del 2026
La Formula 1 tra politica e sport: dall’apartheid ai Gran Premi di Bahrain e Arabia Saudita cancellati, il calendario racconta anche ciò che accade fuori pista

Pubblicato il 18 marzo 2026, 15:03
La Formula 1 si può definire globale, neutrale, proiettata esclusivamente sulla competizione. Ma ogni volta che il calendario si incrina per ragioni extra sportive, emerge una realtà diversa: la F1 non vive in una bolla. Quando il calendario cambia per ragioni extra sportive, emerge un legame inevitabile con il contesto internazionale.
I Gran Premi cancellati nel 2026, in un contesto segnato da tensioni geopolitiche e scenari di guerra, rappresentano solo l’ultimo capitolo di una storia che affonda le radici decenni fa.
Sudafrica 1985: quando correre diventò una scelta politica
Per trovare uno dei precedenti più significativi bisogna tornare agli anni ’80, al Gran Premio del Sudafrica. All’epoca, il paese era ancora sotto il regime di apartheid, il sistema di segregazione razziale imposto dal Sudafrica.
Il circuito di Kyalami era ormai una tappa fissa del calendario, ma il contesto internazionale stava cambiando. Le pressioni politiche, economiche e sociali contro il governo sudafricano si intensificavano, e lo sport diventò uno degli strumenti principali di isolamento.
Il 1985 segnò un punto di rottura: il Gran Premio si disputò tra proteste, forti pressioni internazionali e alcune assenze significative, ma da quel momento il Sudafrica scomparve dal calendario fino al 1992, quando il paese era ormai avviato verso la transizione democratica, completata due anni più tardi.
Non fu una scelta tecnica. Fu una presa d’atto: continuare a correre avrebbe significato ignorare, o peggio, legittimare, un sistema apertamente discriminatorio.
Russia 2022: il calendario si adegua alla geopolitica
Decenni dopo, la storia si è ripetuta in forme diverse. Nel 2022, in seguito all’invasione dell’Ucraina, la Formula 1 cancellò il Gran Premio di Russia dal calendario.
In questo caso, la motivazione ufficiale fu chiara: impossibile correre in un contesto di conflitto aperto e crescente isolamento internazionale della Russia.
Anche in questo caso, la decisione andava oltre la pista: pressioni politiche globali, rischi reputazionali per team e sponsor, impossibilità logistica di garantire lo svolgimento dell’evento.
La F1, ancora una volta, si trovò a reagire a un mondo che cambiava più velocemente dei tempi delle sue monoposto.
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