Quando la Formula 1 si ferma: dall’apartheid alla Russia fino ai GP del 2026

La Formula 1 tra politica e sport: dall’apartheid ai Gran Premi di Bahrain e Arabia Saudita cancellati, il calendario racconta anche ciò che accade fuori pista

Quando la Formula 1 si ferma: dall’apartheid alla Russia fino ai GP del 2026
© Ferrari

Ilaria ToscanoIlaria Toscano

Pubblicato il 18 marzo 2026, 15:03

2026: sicurezza, instabilità e un copione già visto

Le cancellazioni dei Gran Premi del Bahrain e Arabia Saudita del 2026 si inseriscono perfettamente in questa traiettoria. In scenari segnati da guerra o forte instabilità, il campionato ha dovuto fare i conti con problemi concreti: sicurezza di piloti, team e pubblico, difficoltà nei trasporti e nella gestione logistica, pressioni diplomatiche e mediatiche.

Oltre la dimensione sportiva

Dai boicottaggi dell’apartheid alla Russia, fino ai casi più recenti, emerge un filo rosso evidente: le corse, come tutto il mondo dello sport, devono fare i conti con questioni internazionali impossibili da ignorare.

Allo stesso tempo, la Formula 1 continua a espandersi in mercati dove il quadro normativo e sociale resta controverso, alimentando un dibattito sempre più acceso sul rapporto tra sport, diritti e opportunità economiche.

Ogni gara assegnata o cancellata è anche una scelta strategica. Il calendario non è solo sportivo, ma anche economico e geopolitico.

Negli ultimi anni, il dibattito si è ampliato: si parla di diritti umani, di espansione in nuovi mercati, di “sportswashing”. Temi che rendono sempre più difficile separare ciò che accade in pista da ciò che succede fuori.

Dall’apartheid alle guerre contemporanee, passando per crisi internazionali e tensioni globali, la Formula 1 continua a dimostrare una verità semplice: il calendario non si decide solo nei circuiti. Si scrive anche nelle tensioni politiche e sociali, nei governi, nei conflitti.

E ogni volta che un semaforo resta spento, il motivo non è mai soltanto sportivo.

(2/2).

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