Kimi Antonelli: scusa se vinco

Pubblicato il 15 settembre 2026, 10:10
Madring, il luna park degli sbadigli
Grandi, grandissimi squilli di tromba. Aggettivi iperbolici scagliati con la fionda del marketing globale, un’attesa spasmodica, roba che neanche per l’inaugurazione della Salerno-Reggio Calabria. Lo avevano annunciato al mondo, il nuovo circuito di Madrid, come l’ottava meraviglia dell’automobilismo moderno, il trionfo definitivo della grandeur iberica calata nel Circus. “Pazzesco”, “insane”, “crazy”, sussurravano in estasi i sacerdoti del business a quattro ruote, promettendo ai fedeli paganti un’overdose di adrenalina. E invece? Invece, una volta calata la provvidenziale bandiera a scacchi sull’attesissimo Madring, l’unica vera, autentica vertigine avvertita dal pubblico è stata quella della noia. Il grande, fantozziano e sonoro sbadiglio della domenica pomeriggio.
Qualcuno, provvisto di un sano realismo e di un binocolo per cercare invano tracce di agonismo, lo ha già impietosamente ribattezzato “il Monaco di Spagna”. Un paragone che, a pensarci bene, dovrebbe far gelare il sangue nelle vene agli organizzatori. Perché Monte Carlo è pur sempre tutelato dal blasone della sua storia: è la sublimazione assoluta della processione motorizzata, il rito stanco, eppure chic, in cui i bolidi sfilano disciplinati uno dietro l’altro, esattamente come i turisti seguono l’ombrellino della guida tra i vicoli del Principato. Estetica tanta, agonismo zero. A Madrid, in assenza della rocca dei Grimaldi, il copione si è ripetuto con chirurgica, spietata precisione. Semplicemente, non si sorpassa. E se non si sorpassa, l’evento milionario si trasforma nella malinconica parodia di una gara.
A Madrid non si passa
L’imbarazzo è emerso fin dalle primissime battute, tra fuoripista grotteschi e battaglie letteralmente impossibili. Prendiamo Lando Norris: partito in pole position, aveva tra le mani una macchina palesemente più veloce. Eppure, per una quantità interminabile di giri, è rimasto pietosamente incollato agli scarichi di Max Verstappen, del tutto incapace di sferrare l’attacco. E dire che Max, aggrappato all’antico mantra di Senna (“non esiste curva dove non si possa sorpassare”), aveva persino provato a fare il filosofo della staccata. Aria fritta. La realtà, purtroppo, è un labirinto d’asfalto tirato su a suon di bonifici: ventidue curve, angoli ciechi, cambi di pendenza artificiali e l’assoluta certezza che lì in mezzo non ci si passa nemmeno per sbaglio.
Ma il vero capolavoro dell’assurdo, il monumento definitivo al paradosso progettuale, è proprio lei, battezzata con ineffabile modestia: “La Monumental”. Una curva sopraelevata di cinquecentocinquanta metri, inclinata del ventiquattro per cento, costruita apposta per far spalancare la bocca alle platee televisive. Peccato che, per astrusi e contorti calcoli legati al risparmio energetico imposto dai regolamenti, i piloti non la possano nemmeno percorrere a tutto gas. Hanno inventato il colpo di scena hollywoodiano e poi, con sommo sprezzo del ridicolo, gli hanno applicato il limitatore. È la metafora di un luna park da svariati milioni di euro in cui si urla tantissimo al botteghino, ma poi non succede assolutamente niente sulle giostre.
In questa ennesima cattedrale nel deserto dell’emozione, gli unici sussulti dipendono dai giudici e dalle scartoffie. Come la Virtual Safety Car, il cui ingresso ritardato in maniera così sciatta e dilettantesca ha finito per azzoppare la gara del povero Norris, scivolato mestamente al terzo posto. Hanno speso fortune per erigere un tempio, dimenticandosi bellamente che il rito laico delle corse vive e si nutre di una sola eucaristia: il sorpasso. Quella frazione di secondo in cui l’ordine costituito vacilla, il talento piega la fisica e la gerarchia va in frantumi. Senza quello, la velocità resta un’elegante, noiosissima e costosissima forma di solitudine. Madrid ha strappato un contratto di dieci anni: se non mettono mano subito al tracciato spostando curve con le ruspe e inventandosi fisicamente lo spazio per competere, ci aspetta un decennio di sontuosi pisolini in mondovisione. Il trionfo perfetto dello spreco e dell’illusione.
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