Russell, l'esorcismo di Spielberg

Con la vittoria in Austria, il britannico della Mercedes ha scacciato i fantasmi che lo perseguitavano da mesi, ed è tornato in piena lotta per il Mondiale
Russell, l'esorcismo di Spielberg
© APS

Andrea CordovaniAndrea Cordovani

Pubblicato il 30 giugno 2026, 10:21

Dalle polemiche del sabato alla vittoria di domenica

La querelle della bandiera gialla. Quel drappo canarino agitato al cielo come una mannaia, caduto esattamente nel momento in cui il destino sembrava prendere un’altra piega. Un tempismo chirurgico, per alcuni quasi diabolico, che ha costretto tutti ad alzare il piede. Ha fregato le Ferrari, congelando sul nascere le speranze rosse e le ambizioni di un Charles Leclerc che sentiva già il sapore dell’asfalto in prima fila. Ma, soprattutto, ha fregato Kimi. Antonelli, il ragazzino d’oro, azzoppato nel suo giro buono dalla stessa, provvidenziale “sfortuna” che ha blindato il primo po sto di George. Un colpo gobbo. Cinico. Roba da vecchi squali da paddock. Un primo posto artigliato con le unghie, con il mestiere, e forse con quel pizzico di spietatezza che separa i bravi ragazzi dai campioni del mondo.

E poi la domenica. Sotto lo sguardo placido e bovino delle mucche sui prati e quel lo ben più severo e inappellabile dei cronometri svizzeri, si è consumata la guarigione definitiva di Russell. La gara austriaca non è stata solo una banale questione di traiettorie perfette e sapiente gestione del degrado gomma. È stata una seduta di psicanalisi collettiva condotta a oltre trecento all’ora, in un anello di asfalto compatto dove devi essere al contempo brutale come un fabbro e preciso come un chirurgo. Sotto la bandiera a scacchi di Spielberg, le cose sono clamorosamente, finalmente, tornate al loro posto.

Russell la certezza del presente, Kimi il futuro spensierato

Una normalità forse meno romantica e poetica della narrazione favolistica dell’esordiente meraviglia, ma fottutamente vitale per un team che ha come unica ragion d’essere quella di massacrare la concorrenza e cannibalizzare i mondiali. Le due W17 sono transitate sul traguardo incollate l’una all’altra. Meno di due secondi di distacco tra Kimi Antonelli, che incarna il futuro spensierato, e George Russell, che ha difeso con i denti (e con le bandiere gialle) la sua pole, dimostrando di poter e dover tornare a essere la solida e in scalfibile certezza del presente. Un respiro appena, un battito di ciglia nel caos calcolato del muretto box. Due secondi, nell’universo iper-tecnologico della F1, non sono un reale distacco. Sono un cordone ombelicale ripristinato d’urgenza. Sono la dimostrazione visiva, plastica e inoppugnabile che la crisi di nervi è archiviata. Che l’emorragia interiore è stata tamponata. Che l’uomo su cui si era scommesso l’impero, il capitano designato, ha ritrovato nel profondo dei suoi abissi la chiave per domare la belva W17, farsi beffe delle polemiche e mettere a tacere le proprie, intime paure.

Essere lì, davanti. Portare al limite la macchina, gestire la pressione del compagno di squadra, batterlo sul filo sottilissimo del rasoio. Senza sconti, senza chiedere pietà a nessuno, imparando a giocare sporco se serve, senza mai più perdersi nell’anonimato deprimente del traffico di chi non conta nulla. In quei microscopici due secondi c’è la sintesi per fetta di una rinascita. C’è l’orgoglio ferito che, cicatrizzandosi alla svelta, si fa con temporaneamente scudo per difendersi dalle critiche del sabato e spada affilata per attaccare il cronometro la domenica. C’è la presa di coscienza definitiva, adulta e dolorosa che, sì, Lewis Hamilton è la storia gloriosa, Kimi Antonelli è forse il fulgido domani, ma il presente vivo, pulsante e brutale si gioca qui e ora. Su questi maledetti cordoli. E Russell non ha più intenzione di fare prigionieri.

Ora, la corazzata Mercedes torna a respirare a pieni polmoni. I due squali d’argento nuotano finalmente in parata, appaiati, e le acque torbide del campionato mondiale iniziano inesorabilmente a tingersi del loro colore egemone. Kimi, il ragazzo prodigio senza paure, continuerà a danzare la sua musica indiavolata, perché è nella sua natura selvaggia di stella nascente. Ma George Russell, il prescelto che si era smarrito, ha smesso di sanguinare. Ha lavato via la scoria dell’incertezza, ha imparato l’arte oscura del mestiere e ha ripreso in mano, con una stretta ferrea, il volante della sua complessa vita agonistica. Dalle colline silenziose di Spielberg, di fatto, è appena iniziato un altro campionato. Meno nevrosi, più asfalto, gomma bruciata e sudore freddo. La W17 è tornata pronta a mordere l’aria. E quel peso insopportabile, quel sasso appuntito e fastidioso che Russell ha tenuto in tasca per troppo tempo, è rimasto giù. Abbandonato per sempre tra i boschi austriaci.

(2/2)

Iscriviti alla newsletter

Le notizie più importanti, tutte le settimane, gratis nella tua mail

Premendo il tasto “Iscriviti ora” dichiaro di aver letto la nostra Privacy Policy e di accettare le Condizioni Generali di Utilizzo dei Siti e di Vendita.

Commenti

Loading