Il debito di Notre-Dame

Dal drammatico incidente costato la vita a Riccardo Paletti fino al trionfo Ferrari di Michele Alboreto tre anni dopo: un racconto di coraggio e redenzione in rosso Ferrari
Il debito di Notre-Dame

Andrea CordovaniAndrea Cordovani

Pubblicato il 20 maggio 2026, 16:08

Ci sono isole che chiedono un pedaggio di sangue prima di concederti la gloria. L'Île Notre-Dame, a Montreal, è una di queste. Un nastro d'asfalto che galleggia sull'acqua fredda del San Lorenzo, un posto dove il destino si diverte a fare e disfare. L'Italia, su quell'isola, ha pianto tutte le sue lacrime e poi se le è riprese indietro, con gli interessi, trasformandole in spumante.

L’isola che tolse tutto all’Italia prima di restituirle la gloria Ferrari

Tredici giugno 1982. Fa freddo, anche se è estate. La griglia di partenza è un'attesa tesa. Poi la luce verde, lo scatto, ma c'è una Ferrari che resta immobile. È quella di Didier Pironi. Il rosso che si fa muro. Da dietro, dal fondo del gruppo, arriva un ragazzino di Milano. Ha ventitré anni e la faccia pulita di chi non ha ancora fatto a pugni con la vita. Si chiama Riccardo Paletti. Corre su una Osella, piccola e testarda, che è il suo biglietto faticoso per il sogno.

Non la vede, la Ferrari. O forse la vede quando è troppo tardi.

Il botto è un tuono sordo. Il metallo che si accartoccia, il fuoco che divampa. Riccardo se ne va così, intrappolato in un groviglio di rottami, senza nemmeno il tempo di capire. Resta solo l'odore acre della gomma bruciata e un'Italia che si scopre madre orfana, ammutolita davanti al televisore in un pomeriggio di domenica. Riccardo aveva solo fretta di vivere. Gliel'hanno tolta. È un lutto giovane, inspiegabile, che Montreal inghiotte sotto il suo cielo grigio.

Tre anni che cambiarono il destino italiano in Canada

Tre anni sono un respiro, o un'eternità. Il calendario segna sedici giugno 1985. L'aria del Canada è la stessa, l'asfalto è lo stesso, ma ha cambiato odore. Adesso profuma di rivincita.

C'è un altro milanese in pista, ma lui guida il mito. Michele Alboreto è dentro la Ferrari, ha il numero 27 stampato sul musetto. È il numero di Gilles, certo, e qui suona come una preghiera laica in questa terra di francofoni innamorati del rischio. Ma è anche il numero di chi non vuole dimenticare. Michele ha gli occhi buoni e il piede pesante. Guida con la delicatezza dei forti. Non strappa, accarezza i cordoli. Danza su quel tracciato che tre anni prima aveva spezzato una vita.

Alboreto vola. Sorpassa, resiste, domina. E vince. Dietro di lui, a completare il trionfo, c'è la compagna di scuderia di Stefan Johansson. Una doppietta.

Mentre la Ferrari taglia il traguardo, c'è un tricolore immenso che sventola rabbioso e felice sugli spalti di Montreal. L'Italia torna al centro esatto della scena, padrona del mondo e dei motori. Non è solo la vittoria di una macchina rossa, non è solo Alboreto che si prende la testa del Mondiale. È una cicatrice che smette di sanguinare.

Nel 1982 l'isola aveva preteso il sacrificio, nel 1985 ha restituito l'onore. E per un attimo, in quel pomeriggio di fine primavera, ti piace pensare che l'anima leggera di Riccardo abbia sorriso incrociando lo sguardo felice di Michele sotto il casco. Perché ci sono traguardi che non si tagliano da soli. Si tagliano portando con sé chi, su quella stessa pista di dolore e di gloria, aveva lasciato a metà la sua corsa.

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