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GP Giappone 2014: benvenuto Max Verstappen, addio Jules Bianchi
Venerdì 3 ottobre 2014 Max Verstappen debuttava in F1, domenica 5 Jules Bianchi faceva vivere al Circus l'episodio più drammatico degli ultimi 30 anni: cronaca di un weekend maledetto intriso di ricordi
Pubblicato il 5 ottobre 2024, 12:01 (Aggiornato il 7 ott 2024 alle 19:32)
Quel giorno, e non solo quel giorno, Jules Bianchi era convinto di una cosa: che il meglio dovesse ancora venire. Ne era sicuro lui, ne era consapevole la squadra che gli girava intorno, ne era certo quel giovane Charles Leclerc, 17enne da lì a pochi giorni, che per il suo amico stravedeva, non solo umanamente ma anche professionalmente.
Il meglio doveva ancora venire ed in qualche modo glielo avevano già detto. Perché proprio a Suzuka, guarda tu il destino, aveva firmato per la Sauber. Non che fosse un missile, quella macchina lì: del resto, dopo qualche sorriso con il marchio Alfa Romeo, non lo è nemmeno oggi. Però era certamente meglio di quella Marussia che lo aveva fatto debuttare l'anno prima e che lui, Jules, avevo portato in paradiso consegnandole due punti, quelli raccolti nel GP di Monaco, per fare contento il team, se stesso e quel giovane Leclerc che a vedere l'amico per la prima volta in top 10 proprio nella sua gara di casa (e un po' anche di Jules, dato che era nativo di Nizza) aveva gioito fino quasi ad avere gli occhi lucidi. Quei due punti, la Marussia e Bianchi, se li terranno stretti per l'eternità: sono gli unici della loro storia.

Una Ferrari con altri problemi, ma sempre con gli occhi su Bianchi
In quella Marussia Jules Bianchi si era fatto apprezzare per il pilota che era ma soprattutto per il ragazzo che dimostrava di essere. Un sorriso malinconico, toni garbati, l'animo sognante: era l'esponente più in vista della Ferrari Driver Academy e sapeva che lo sbarco a Maranello sarebbe stato solo questione di tempo.
Il Cavallino Rampante, in quelle settimane, stava vivendo una transizione di notevole importanza, anzi due: una decina di giorni dopo si sarebbe consumato il passaggio, in qualche modo già anticipato dagli sguardi di Montezemolo a Monza, dalla presidente di Luca Cordero a quella di Sergio Marchionne, mentre in pista il team si preparava ad una sorta di rifondazione. Ad aprile se ne era andato Stefano Domenicali, con Marco Mattiacci traghettatore (che brutta parola): Mattiacci finalizzò l'arrivo di Sebastian Vettel al posto di Fernando Alonso, preparando il terreno ad un successore in quelle settimane già designato, Maurizio Arrivabene. Nell'annus horribilis 2014, la Ferrari si ritrovò a cambiare presidente (da Montezemolo a Marchionne), team principal (da Domenicali ad Arrivabene passando per Mattiacci), capo progettista (tanti saluti a Nick Tombazis, promosso Simone Resta) e pilota di punta (via Alonso, ecco Vettel): come se in anno una squadra di calcio cambiasse proprietà, allenatore, capitano e bomber.
Insomma, questo per dire che la Ferrari, in quell'autunno, era in altre faccende affaccendata, ma non perdeva mai di vista la crescita di quel 25enne francese di belle speranze. Jules, del resto, si sentiva già ferrarista, anche senza indosso la maglietta con il Cavallino: era sotto contratto con la FDA dal 2009 ed un giorno sapeva che avrebbe guidato per la Rossa. Lo aveva fatto nei test, sapeva di farlo in futuro anche nei GP. Il piano di crescita era quello svezzarlo tra i team clienti: debutto con una Marussia priva di ambizioni, passaggio interperiodale in Sauber per imparare a districarsi nella bagarre della bassa zona punti, portarlo a Maranello a maturazione compiuta. Dopo quel 2014, in teoria ci sarebbero dovuti essere uno o due anni ad Hinwil prima del ritorno a casa. Casa che, per lui, era proprio la Ferrari: non era raro vederlo fare su e giù nel paddock tra le hospitality Marussia e Ferrari, dove correva sempre dopo i suoi briefing per seguire quello della "casa madre". Per crescere misurandosi con tecnici, piloti, ingegneri: Jules aveva voglia di imparare.
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