Si sono intrecciate in due fasi distinte, le storie di Tyler Alexander e della McLaren. Era il 1963 quando Bruce McLaren gettava le basi del team e accanto a lui c’era Alexander, scomparso ieri, all’età di 75 anni: «E’ stato uno dei primi pilastri della nostra azienda, al lavoro sin dai primi istanti fianco a fianco con Bruce e non avrebbe potuto chiedere spalle più forti sulle quali costruire la reputazione della squadra», ha ricordato Ron Dennis.
Quel periodo durò vent’anni e si concluse nel 1983, due anni dopo il passaggio della McLaren nelle mani di Dennis, per imbarcarsi in un’avventura nell’Indycar con Teddy Meyer e fu l’occasione per scoprire un nome importante: Adrian Newey. Breve pausa, prima di tornare a Woking per aprire il secondo capitolo, quello dei successi più recenti, dal 1989 al 2008, anno del ritiro definitivo.
«Molto semplicemente, Tyler ha vissuto e respirato la McLaren e, dopo il suoi ritiro nel 2008 – stagione nella quale è stato presente a ogni gran premio – è rimasto un compagno amato e molto rispettato, che faceva visita regolarmente a Woking per incontrare amici vecchi e nuovi», le parole di Dennis.
Alexander è stato l’uomo che ha portato il team allo sviluppo vincente del progetto nel campionato CanAm, nel quale ha raccolto cinque titoli consecutivamente tra il ’67 e il ‘71. Quale fosse il ruolo nell’organigramma del team, lo spiegano bene le parole scelte per l’ultimo saluto dalla compagine inglese: «Non c’erano definizioni o vincoli nel suo ruolo: dirigeva i meccanici, realizzava i pezzi di ricambio, sistemava le prenotazioni in albergo, pagava i biglietti aerei dell’ultimo minuto, riusciva a ottenere aiuti e favori da un elenco lungo di amici e colleghi; poi, una volta in pista, si assicurava che le macchine fossero organizzate meglio di qualsiasi altro team in pitlane».
Fabiano Polimeni