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Il ragazzo del Nord-Emilia

Pubblicato il 25 maggio 2026, 18:15
Il rombo non ha più la stessa voce di prima. Per anni, in Italia, è stato un rumore di fondo domestico, un’abitudine della domenica pomeriggio legata alla nostalgia, ai ritagli di giornale color rosso sbiadito, a un’attesa diventata prima ansia e poi rassegnazione. Abbiamo cercato eredi dove c’erano solo onesti mestieranti; abbiamo scambiato la speranza per talento, scordandoci che la velocità pura non fa sconti e non ha passaporto.
Poi è arrivato questo ragazzo di Bologna. Andrea Kimi Antonelli. Un nome che sembra un romanzo transatlantico, un ossimoro geografico e generazionale. Un po’ ghiaccio del Nord, un po’ spensieratezza dei portici. Le sue vittorie non sono semplicemente numeri da infilare in un albo d'oro che da troppo tempo ignorava la nostra lingua. C'è qualcosa di più profondo, quasi di liberatorio, nel modo in cui questo millennial - cresciuto a pane e simulatori, ma con il culto antico del sorpasso - si è preso il palcoscenico.
La fine del complesso d'inferiorità
Perché il senso delle vittorie di Antonelli sta soprattutto in ciò che cancella. L'Italia dei motori, per un lunghissimo ventennio, è rimasta prigioniera di un paradosso: la terra che produce le macchine più desiderate del pianeta non riusciva più a produrre l’uomo capace di domarle. Eravamo diventati un popolo di ingegneri e di meccanici, spettatori paganti del talento altrui. Guardavamo i ragazzini cresciuti nei kartodromi inglesi o protetti dai programmi austriaci con l’invidia di chi si sente escluso dalla modernità.
Antonelli ha spezzato l'incantesimo. Vincere con quella naturalezza, farlo sotto la lente d’ingrandimento spietata di chi lo ha designato come "predestinato" fin da quando portava i calzoni corti, significa dire al resto del Circus che l'Italia ha smesso di guardare indietro. Non abbiamo più bisogno di evocare i fantasmi di Michele Alboreto o le promesse spezzate di un passato remoto per sentirci grandi.
Il talento di Kimi non è una restaurazione, è una rivoluzione gentile. È la dimostrazione che si può essere italiani in pista senza il bisogno del melodramma, senza la mistica della sfortuna a tutti i costi.
Una velocità senza peso
Nello stile di Antonelli c'è una pulizia che spiazza. Chi scrive di corse da una vita sa che spesso la velocità dei giovani è nervosa, è un corpo a corpo violento con la fisica, una rabbia che si consuma nei treni di gomme. Kimi, invece, sembra scivolare sopra i problemi. Ha la calma dei grandi, quella capacità di far sembrare semplice l'assurdo, di girare a trecento all'ora tenendo il battito cardiaco sotto controllo, come se stesse prendendo un caffè in Piazza Maggiore.
Le sue vittorie nelle categorie propedeutiche, i suoi debutti brucianti, i trionfi bagnati dove si vede la differenza tra chi guida e chi semplicemente asseconda il mezzo, ci restituiscono un orgoglio smarrito. Non è l'orgoglio nazionalista e becero delle bandiere al vento; è la bellezza di riconoscersi in un’eccellenza che non deve chiedere scusa a nessuno.
Il futuro ha fretta
C’è una frase che si diceva un tempo nei box: "Se vuoi andare veloce, corri da solo". Antonelli corre da solo nell'abitacolo, ma si porta dietro una nazione intera che ha una fame atavica di storie pulite, di ragazzi che non parlano per frasi fatte e che sanno ancora emozionarsi davanti a un traguardo.
Il senso profondo delle sue vittorie è che l’attesa è finita. L’Italia non è più la sala d'aspetto della Formula 1. Con Kimi Antonelli siamo tornati sulla griglia di partenza, con gli occhi fissi sui semafori, pronti a goderci il viaggio. Perché la velocità non è solo questione di cronometro: è la forma più pura di libertà, e questo ragazzo ha appena cominciato a correre.
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