C'è un paradosso colossale, squisitamentre e dolorosamente italiano, che va in scena in questa stramba stagione di motori. Un cortocircuito che fotografa il nostro Paese meglio di un trattato di sociologia: da una parte abbiamo il genio individuale che giganteggia, dall’altra l’istituzione che si incarta su se stessa. Da un lato c’è Kimi Antonelli, un ragazzino che cavalca il vento e domina il Mondiale di Formula 1; dall’altro c’è l’Eclissi Rossa. La Ferrari, orgoglio nazionale e mito globale, che non sale più sul podio dallo sbiadito Gran Premio del Belgio ed esce, mesta e a capo chino, dalla lotta per i titoli iridati.
Ferrari, cala il sipario sulle speranze iridate
I numeri, implacabili come sempre, somigliano a una condanna senza appello. In soli tre fine settimana - un battito di ciglia nel calendario della Formula 1 - il divario di Lewis Hamilton dal leader del Mondiale Piloti è malinconicamente raddoppiato, precipitando da -50 a un abissale -101. Charles Leclerc, intanto, arranca a -125. Una Caporetto aritmetica che si specchia, fedele e crudele, nel campionato Costruttori, dove la Scuderia vede la Mercedes scappare sempre più lontano. Anche qui, la voragine si è spalancata a una velocità disarmante: dai 72 punti di ritardo registrati nel post-Hungaroring ai 145 punti di distacco certificati dopo il disastro di Madrid.
Altro che sognare la vetta. Ora, con la crescita prepotente della McLaren, a Maranello tocca guardarsi le spalle con ansia quasi fantozziana, avendo conservato un misero tesoretto di sole 52 lunghezze sulla terza piazza degli orange. Ma è il confronto italiano a fare più male, una ferita cosparsa di sale: otto vittorie per Antonelli al suo secondo anno in F.1. Con il trionfo spagnolo, il giovanotto ha quasi agganciato Leclerc, che in sette anni e mezzo di via crucis in rosso è fermo a quota nove. Senza, peraltro, aver mai potuto lottare davvero per un Mondiale.
Già, Charles. Sbarcato in Emilia nel 2019, ha visto applicato alla lettera il teorema del Gattopardo: tutto deve cambiare affinché nulla cambi. Ha visto sfilare compagni di squadra, amministratori delegati, team principal e faldoni di nuovi regolamenti. L’unica cosa rimasta immutabile, tragicamente fissa nel tempo, è che la Ferrari ha continuato a non vincere.
Ancora peggio dell’astinenza c’è questa conclamata, cronica incapacità di lottare fino alla fine. Da Budapest alla nuova tappa di Madrid, la parabola è quella di una caduta libera: la Rossa oggi è la quarta forza del campionato. In quattro gare ha racimolato la miseria di 73 punti. Meno della metà della Mercedes, 36 meno della McLaren. Incredibile: persino la Red Bull - che di fatto corre con il solo Verstappen - ha fatto meglio (76). Per mesi, l’onda anomala del “fenomeno Kimi” ha inebriato i tifosi, tolto pressione al gruppo e nascosto la polvere sotto il tappeto. Ma i nodi, tecnici e di gestione, sono venuti al pettine su piste che in teoria avrebbero dovuto esaltare il Cavallino. Compresa quella Madrid visitata in pompa magna a luglio per le riprese promozionali, trasformatasi nell’ennesima Waterloo.
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