Ci sono luoghi che non perdonano. Spa-Francorchamps è uno di questi. Una lingua d’asfalto che taglia la foresta delle Ardenne come una ferita antica. Un anno fa, su queste stesse curve, Kimi Antonelli era un ragazzino schiacciato dal peso di un cielo troppo grigio. Piangeva, nel 2025. Non si nascondeva, ma soffocava. Le voci di corridoio erano spietate come sanno esserlo solo nel paddock della Formula 1: il passo più lungo della gamba, mormoravano. Troppo giovane. Troppa pressione. Si parlava di esilio, di un “parcheggio” in Williams o in Alpine, per farlo crescere. O forse, più crudelmente, per farlo dimenticare. Dodici mesi dopo, il cielo è lo stesso, ma il ragazzino è evaporato. Al suo posto c’è un uomo. E non piange più.
Kimi più forte di tutti a Spa
Prima ancora che i motori si accendessero la domenica, il suo fine settimana era già un monologo spietato. Sempre davanti. Nelle libere, nelle prove ufficiali, a dettare una linea che per gli altri era solo un miraggio. Una perfezione assoluta, ribadita al momento di abbassare la visiera in gara. Mentre l’altra Mercedes, quella di George Russell, finiva nella ghiaia dopo un amen condannando l’inglese a un clamoroso kappaò, Kimi prendeva il largo. Guidava da fenomeno, Antonelli. Un metronomo implacabile, pronto a spiccare definitivamente il volo verso il tetto del Mondiale.
Ma il Gran Premio del Belgio è un tavolo da poker dove il banco può saltare all’improvviso, una macchina del tempo che ama scombussolare i piani. A metà gara, una Virtual Safety Car regala un colpo di teatro puro. Le certezze crollano e offrono a Charles Leclerc la finestra temporale per il pit stop perfetto, esattamente nel momento giusto. La Ferrari si ritrova in testa con la disinvoltura sfacciata di chi ha pescato un jolly dal mazzo. Per qual che giro, sotto i pini delle Ardenne, è parso che la fortuna, quella vera, avesse deciso di schierarsi, vestendosi di rosso. La vettura di Maranello è tosta, cattiva, affamata di una gloria che su questa pista manca sempre troppo. Tra Kimi e Charles, per lunghi interminabili chilometri, il cronometro dice che c’è meno di un secondo. Un respiro. Una frazione di battito cardiaco.
È in questa terra di mezzo, tra l’illusione rossa e la realtà d’argento, che Antonelli decide di chiudere la questione. Lo fa a dieci giri dalla fine, con la stessa naturalezza con cui si spegne una luce in una stanza. Un sorpasso pulito, chirurgico, inesorabile. Poi, via. Niente show, niente fronzoli. Solo la constatazione, fredda e definitiva, che quando si è più veloci di tutti, il resto del mondo è solo contorno. Da quell’istante Kimi smette di essere un semplice pilota e diventa un prestigiatore. La sua non è più una guida pulita, scolastica. Guida come un rallista, danzando sull’asfalto come chi sa che si può domare anche il catrame, dipingendo meraviglio si controsterzi dove la fisica suggerirebbe di alzare il piede e mettersi a pregare. A passo di carica. Resiste. Allunga. E saluta la sua sesta vittoria stagionale con una scodata sfrontata, una firma d’autore in uscita dalla Bus Stop.
Alle sue spalle, Leclerc chiude secondo e ha la buona grazia, e l’intelligenza, di non fingere che si tratti di un risultato normale. Dopo le prove libere aveva già messo le mani avanti, confessando che un podio a Spa sarebbe stato un miracolo. Invece il miracolo è arrivato: una Rossa tenace è finita davanti a due Red Bull e due McLaren. Non è poco, in un fine settimana in cui la Mercedes numero uno ha tenuto una cattedra di velocità pura e la numero due è uscita di scena dopo due curve. Era dal 1953 che un italiano non vinceva sulla magica pista delle Ardenne. Settantatré anni. Quel giorno d’estate c’era Alberto Ascari. Un nome che pesa come il marmo nella storia dell’automobile. Kimi eguaglia il suo record di pole. Il filo della storia si riannoda, saldando due epoche che improvvisamente si sfiorano.
Il regalo per Antonelli Sr e l'orgoglio italiano
Sotto il podio, c’è un uomo di 62 anni che alza il pugno verso il cielo. È papà Marco. Ha compiuto gli anni il giorno prima. «È il più bel compleanno della mia vita», sussurra, gli occhi lucidi e un sorriso gigantesco a spaccargli il viso. Ma chi vive di corse sa che il romanticismo dura l’istante di uno spumante. Gli chiedono un difetto di questo figlio extraterrestre. Marco ride: «Fa troppi track limits. Adesso però gli dico basta!».
L’Inno di Mameli squarcia il silenzio. Kimi lo canta sul gradino più alto. «Per me è un bel privilegio rappresentare l’Italia». Ed è un cortocircuito bellissimo, una grande festa tricolore: un italiano che vince su una monoposto straniera, braccato da una Ferrari che, con un pilota monegasco al volante, regala un duello incandescente, tenendo una nazione intera incollata alla televisione. Il senso profondo di un orgoglio ritrovato.
Nel paddock, Toto Wolff ha la faccia raggiante di chi ha puntato tutto su un numero secco alla roulette e ha sbancato il casinò. Gli chiedono se questa Ferrari in crescita faccia paura. Lui alza le spalle, serafico: «Vedo che Kimi è un passo avanti a tutti».
La matematica, d’altronde, non ha sentimenti. A un Gran Premio dalla pausa esti va, Antonelli ha 45 punti di vantaggio su Hamilton e 50 su quel Russell evaporato subito nelle battute iniziali.
Kimi sorride, ma non si siede. Ha imparato a sue spese che il motorsport non fa sconti. «È stata una gara dura – racconta con la voce di chi ha appena domato un drago – Di passo eravamo tutti vicini. Con la VSC Leclerc è andato in testa, ed è stato molto veloce. Ma ho vinto. Ora restiamo concentrati. La mia testa è già a Budapest per il prossimo weekend, dove penso che la Ferrari andrà molto forte». Non c’è più spazio per le paure passate, ma solo per la memoria che serve a misurare l’impresa. «L’anno scorso qui ho toccato il fondo. È stato un weekend difficilissimo a livello mentale. Se mi avessi detto che dodici mesi dopo mi sarei trovato in questa situazione, ti avrei risposto: no, impossibile».
Invece è tutto vero. Spa ti mastica e, se sei degno, ti sputa nell’Olimpo. Il ragazzino che temeva il futuro oggi è l’uomo che lo sta scrivendo. A trecento all’ora, in controsterzo.
L'algoritmo e la pista-mito di Spa: sfoglia le pagine per continuare a leggere (1/2)