No, non così, verrebbe da dire sulle prime. La salgariana sindrome della Malesia colpisce ancora una delle Mercedes, dieci anni dopo quella di Hamilton finita tra le scintille, per un mondiale 2016 poi andato in fumo, o meglio, nelle mani di Nico Rosberg. Stavolta la rottura della power unit di Russell appare afona e apparentemente asintomatica, senza la spettacolare scia di mortifere scintille dell’evento di allora, ma comunque malinconicamente efficace nella sua semplicità.
George è out, ritirato dalla corsa a cinque tornate dalla fine, condannato a piombare a ottantaquattro punti di distacco dal compagno di squadra, quando al termine del campionato mancano ancora otto Gp lungi e una sprint. Il britannico nell’immediato dopo gara ha gli occhi lucidi, scuote fatalisticamente la testa e parla apertamente non solo di assenza di fortuna, ma di sfiga vera e propria, una specie di destino implacabile che gli impedisce ormai di continuare a sperare e sognare in grande.
Pareggio tra George e Kimi
Chiaro, vederlo così, smuove. Fa provare empatia per la sua malasorte, perché in una Formula Uno in cui non rompe ormai quasi più nessuno, il ritiro per problema tecnico è ormai una cosa strana che sta a metà tra la maledizione vudù e la jella stile scenetta in film di Totò, però sarà anche bene andare oltre al dato puramente emotivo, per fare un paio di altre considerazioni.
Un guaio alla power unit, oltre che un colpo di sfortuna per Russell, è anche e soprattutto l’ennesimo segnale che qualcosa continua a non filare per il verso giusto all’interno dell’affidabilità Mercedes. Dopo il Canada, è la seconda volta che il pilota inglese fa zero per colpa della W17 che si rompe, il che fa anche cumulo con l’incidente di gara con Hamilton che l’ha tolto di scena anzitempo nel Gp del Belgio.
Però se andiamo a guardare le sfortune tecniche di Kimi e i conseguenti tradimenti all’affidabilità, siamo a due anche in questo caso, vale a dire in Spagna e in Inghilterra, dove l’italiano aveva altre due possibili affermazioni nel mirino. Quindi, in poche parole, alla voce sfighe meccaniche, siamo praticamente pari. Con l’aggravante generica bella chiara, la quale recita in modo inequivocabile che la Mercedes non è ancora riuscita a raggiungere l’imperforabilità che insegue da inizio stagione e che, ormai, giunti a questo punto, forse non ha più modo e tempo di ottenere da qui alla fine del campionato. Anche se la power unit di Russell in realtà quanto a chilometraggio era bella stanca e magari andava cambiata un attimo prima, ma si è preferito andare avanti per non rovinargli l’abbrivio sul più bello, col risultato che il gioco non ha pagato.
Lo stesso Kimi sa bene che per il futuro immediato l’incognita affidabilità pesa anche su di lui, quindi non può né deve stare troppo allegro, perché è seduto sulla vettura più valida e competitiva della F.1 2026 ma anche sulla più fragile e imprevedibile di tutte.