Certo che la vita è strana. Un anno fa dopo Monza ci si chiedeva che tipo fosse davvero Lando Norris, mentre Piastri impazzava e lui quasi impazziva. Un anno dopo l’australiano è in friggitoria psicologica e prestazionale, mentre il britannico, diventato iridato e #1 grazie a uno dei finali di stagione più belli di sempre, puntualmente vola, ma quasi paradossalmente vive ora uno stranissimo limbo, tutto da decifrare e interpretare.
Parliamoci chiaro: Monza a parte, dove la McLaren - che autostradale non è mai stata nelle performance - faticava assai, negli ultimi tre Gran Premi, se solo ci fosse stato un briciolo di giustizia, avrebbe vinto lui, sempre. Cento per cento dei centri, come un asso dell’aviazione moderna. Qualifiche da star, partenze da califfo, gestione perfetta. Però al Madring ci si è messa la sorte e l’incanto un po’ s’è spezzato. Si va al 14esimo giro in Virtual Safety Car per il ritiro di Lance Stroll, che lascia la sua Aston Martin lì per la tangente, e così il segnale VSC si attiva quando il race leader Lando è appena passato, salvo disattivarsi proprio quando il medesimo ha deciso di rientrare per il pit, imitando i più fortunati rivali.
Troppo tardi, quindi. Ciao, Madring, e addio striscia vincente.
La redenzione di Lando Norris
In poche parole, gli fottono la gara alla grande, senza remissione di peccato. Un’ingiustizia immane. E così il terzo posto finale in scia a Max Verstappen ora come non mai reca il sapore della beffa e dello scorno immeritato. Perché il Gran Premio di Spagna, per pura meritocrazia, spettava, tempi e performance alla mano, proprio a Lando Norris, che aveva iniziato le free practice in sordina, salvo uscire allo scoperto solo quando conta davvero. E allora? Allora va bene lo stesso. Perché al netto della malasorte ciò che emerge e che ha davvero senso, è la stordente metamorfosi di carattere, personalità e rendimento che vede protagonista il pilota britannico.
Un anno fa o giù di lì tanti, troppi, quasi tutti, lo definivano una specie di fortunello che si era ritrovato al momento giusto nel posto giusto, con la McLaren fatata in mano. Uno che partiva male, suoleva sbagliare qualcosa nelle prime sei curve e poi nel momento topico della corsa tirava fuori la sindrome osseo-muscolare del braccino, in fase di sorpasso decisivo. Uno quindi condannato ad avere l’Iban alla Paolino Paperino e mai il fido di Gastone, per dirla alla Disney.
Ma poi Lando improvvisamente ha trovato la strada, dando sfogo al talento e letteralmente mandando nel cestino dubbi, fragilità, debolezze, esitazioni e paura di vincere. Chiamasi metamorfosi, crescita. Sbocco positivo in quel romanzo di formazione che può essere una carriera ma che di sicuro è la Vita, ai suoi bivi più importanti e segnanti Adesso, semplicemente, il Lando iridato è un altro. Uno che ha svoltato. E che magari in questo mondiale ormai può solo pensare alle vittorie di tappa e non alla classifica finale, al contrario dell’anno passato, ma, per certi versi, può andare bene anche così. Perché adesso sa di avere quello che gli mancava. Autostima completa. Fiducia in se stesso. Il piacere di guardarsi allo specchio eguale alla approvazione che ora vede, percepisce e assapora negli occhi di tutto il mondo della Formula Uno.
Norris come Mansell: sfoglia le pagine per continuare a leggere (1/2)