Era un gran bel sabato, sabato scorso, eppure non siamo andati ai circuiti. Anche se le corse ci piacciono, eccome. No, ci siamo ritrovati semplicemente alla Cascina Grande, a Rozzano, in provincia di Milano, per ricordare Michele Alboreto, a un quarto di secolo dalla scomparsa. Una cosa semplice, spontanea, priva d’affettazione e cose patinate. Ciascuno di noi non era in trasferta, ma come a casa sua, tra amici. Nel bel mezzo di una famiglia allargata e acquisita nei decenni, a forza di incontri, esperienze e passione. Viaggio dolce, tra spazio e tempo, per ritrovare volti e sensazioni di un’era calda e mai dimenticata.
Ezio Zermiani al microfono. E poi Gian Carlo Minardi col suo pilota feticcio Piero Martini, mentre l’ingegnere Alessandro Mariani torna a seguire Michele, come nell’ultimo anno della Scuderia Italia in F.1 su Lola e poi nel DTM, con l’Alfa Romeo. Per lui Michele è il campione del mondo morale della F.1 1985: tra l’altro, per inciso, ha ragionissima. E c’è Beppe Gabbiani, che con Michele ci si agganciò a Imola 1981, quando un’Osella e una Tyrrell toccandosi buttarono via i punti più belli mai schivati da due splendidi rookie in F.1. Va be’, pazienza. Restarono amici, tanto che, quarantacinque anni dopo, Beppe prende la parola e dice che ad Alboreto voleva bene e gliene vuole ancora.
Dindo Capello c’è ma non c’è, perché purtroppo è stato appena colpito da un lutto in famiglia, ma telefona per farmi dire le cose che vuol far sapere e allora racconto a tutti che la foto della 12 Ore di Sebring 2001 quella con Capello, Alboreto e Aiello sul podio, da vincitori, è un ricordo prezioso per il piemontese, perché è il trionfo con un suo fratello maggiore e anche l’ultimo di Michele. Grande anche il “Ghinza”, Piercarlo Ghinzani, che rivede la scena di quel ragazzo timido che gli si presenta a fine Anni ’70 dicendo: «Piacere, Alboreto Michele, il prossimo anno correrò con lei in F.3 e se vorrà darmi qualche consiglio gliene sarò grato». Minardi si scioglie: «Michele era una bellissima persona e mi ha regalato la mia unica vittoria in F.2!».
Oscar Berselli con Michele medesimo ha passato una vita e vanta un oceano di ricordi. Come quando a Las Vegas 1981, emozionatissimo, si nascose dietro un muretto perché aveva paura che la Tyrrell di Michele si rompesse sul più bello e invece non si ruppe. Oscar potrebbe dire diecimila cose ma ha il magone e ne ribadisce due: lui di Michele era un grande amico. Poi toglie amico: lui era un grande. Bella anche quella storiella di Capello in aeroporto in Florida a inizio nuovo millennio, quando un’anziana signora italiana stoppa Michele e gli dice: «Mi scusi, vorrei complimentarmi con lei: l’ho riconosciuta e le voglio dirle che è un grande, signor Riccardo Patrese».
Ridono tutti e Riccardo Patrese si alza e viene a dire la sua. Di quella volta che al vecchio Nurburgring capottò la Lancia per cercare la pole e tra i primi a soccorerlo si fermò Michele e lui ancora intontito gli disse: «Dov’è la mia Brabham?». Groggy, credeva d’essere in F.1... Il giorno dopo erano sul podio, da trionfatori, regnante Cesare Fiorio. E poi c’è pure Adriano Salvati, simbolo della Scuderia medesima dedicata al grande Giovannino, che fu praticamente tra i primi a valorizzare il talento di Michele, alla pari del collega giornalista Roberto Gurian, il quale, pensa te, debutta alla penna proprio in contemporanea col pilota lombardo, in Formula Monza. Quindi la testimonianza di un bambino di allora, Riccardo Ronchi, amico di famiglia, che da baby sale sulla Ferrari Gto con Michele al volante e si spaventa, sgrana gli occhi anche innamorandosi delle corse, tanto da diventare poi pilota di F.3.
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