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Faggioli venti all'infinito

© ACI Sport

Ci sono sport che non hanno bisogno di stadi, perché lo stadio era lì da prima che nascessimo, in attesa. Le cronoscalate somigliano al ciclismo di un tempo: sanno di fatica, di polvere, di domeniche paesane e di attesa paziente ai bordi di un nastro d’asfalto che taglia in due la vegetazione. Non ci sono tribune vip, né salotti col maxischermo, ma prati resi scivolosi dalla rugiada. La gente vera arriva all'alba. Si porta da casa le seggiole pieghevoli, affetta la finocchiona sul cofano dell'auto, stappa un rosso sincero e aspetta. Aspetta che il silenzio millenario della montagna venga squarciato da un urlo meccanico.

In questo teatro fatto di alberi, di roccia dura e di burroni, Simone Faggioli ha appena piantato la sua ventesima bandiera. Venti campionati italiani. Un numero che fa girare la testa più di un tornante preso al limite dell'aderenza. Venti. Ha staccato Giacomo Agostini, il signore irraggiungibile dei cordoli, e ha guardato negli occhi l’ombra lunga del maestro Mauro Nesti. Nesti, che della montagna era stato per decenni il padrone assoluto, l'arciprete burbero e geniale di questa laica religione in salita.

L'artigiano della traiettoria

Faggioli non ha l’arroganza sguaiata di chi domina, ma la pacatezza laboriosa degli artigiani. Quando si infila nell'abitacolo della sua Norma, un siluro nero e basso che sembra un incrocio tra un'astronave e un insetto predatore, Simone non sfida la montagna: ci dialoga. È, prima di tutto, una questione di enorme rispetto. La pista di pianura ti concede quasi sempre l'errore, ti offre la via di fuga in ghiaia, ti perdona la staccata ritardata.

La salita, no. La salita è un giudice severo, arcaico: da una parte hai la pietra ruvida che non si sposta di un millimetro, dall'altra hai il vuoto che ti chiama. Simone danza su questa corda tesa con una grazia inaudita, che contrasta con la brutalità dei cavalli sprigionati dietro la sua schiena. Dove gli altri parzializzano, sperando in cuor loro di non aver esagerato, lui lascia scorrere. Pennella curve che sembrano disegnate col compasso su un foglio da disegno. È un puro esercizio di memoria, di fede e di coraggio. Significa imparare a memoria ogni crepa del manto stradale, ogni infida variazione di pendenza, persino l'umidità lasciata da una foglia caduta fuori traiettoria. Non c'è la radio a suggerire i tempi, non c'è un avversario da inseguire a vista. Si corre per sottrazione: tu, il fantasma del cronometro e la tua paura domata.

Il profumo di un trionfo romantico

Vincere venti titoli non è solo una questione di talento o di piede pesante. È una questione di fame, di radici. È il rifiuto ostinato di saziarsi. Mentre una gran parte del mondo dei motori corre su circuiti asettici, disegnati al computer e illuminati a giorno da riflettori chirurgici, Faggioli continua a preferire l'ombra dei pini. Preferisce la cecità dei tornanti, l’asfalto umido che, scaldandosi, sprigiona quel profumo inconfondibile di resina, terra e benzina ad alti ottani.

Simone è il custode, garbato e implacabile, di un motorsport antico, romantico e spietato, dove l'uomo conta ancora infinitamente di più del calcolatore e del simulatore in fabbrica. Oggi, per lui, idealmente alziamo un calice di quello buono. Alla sua dedizione, alla sua classe cristallina. Venti titoli sono una vita intera spesa a guardare in alto, cercando in solitudine la via più veloce per avvicinarsi al cielo, ma con la virtù rara di chi sa tenere le ruote ben piantate per terra.