Dall'inviato di Autosprint:
Alberto Antonini
L’aria è calda, intorno ai 30 gradi. Ma soprattutto è gialla, polverosa, brucia occhi e polmoni. Greater Noida, presso Delhi, accoglie il
Gp India con il solito scenario spettrale: cantieri alternati alle baraccopoli. Sui marciapiedi, chioschi improvvisati, fiori, anziani con il turbante e le stampelle. Nessuno chiede o offre qualcosa al turista straniero, tutti chiusi in dignitoso silenzio.
Questa è la terza edizione della gara al
Buddh circuit. E probabilmente sarà l’ultima.
Cancellata per motivi finanziari e di tasse l’edizione 2014, è improbabile che il Gran Premio torni da queste parti.
«Abbiamo perso un’occasione», dice
Monisha Kaltenborn, team principal
Sauber, che è di origine indiana.
«Non siamo riusciti a “vendere” bene la F.1 da queste parti».
Forse è perché, con un reddito medio di 350 Euro al mese (per chi è fortunato) e la svalutazione della rupia, gli indiani hanno altri problemi per la testa, piuttosto che tenersi la
Formula Uno. Per le squadre, questo gp è un incubo. Per i problemi doganali, per il traffico delirante, per l’epidemia di dengue - una febbre emorragica trasmessa dalle zanzare - che le autorità di Delhi cercano di minimizzare, non di tenere sotto controllo. Peccato, perché, con tutte le sue contraddizioni, l’India resta davvero un’occasione perduta.