Ci sono domeniche in cui la storia non bussa: sfonda la porta. E lo fa scompaginando le liturgie, rubando i colori, sovvertendo l’ordine naturale delle cose. Monza non è mai stata soltanto un autodromo. È una parrocchia pagana, un luogo dell’anima dove centinaia di migliaia di persone si stipano per celebrare un rito che, da sempre, prevede una sola divinità e una sola maglia: quella rossa. Eppure, in questa domenica in cui l’aria tremava per il caldo e per l’attesa, il tempio della velocità si è inchinato a un eretico. Un ragazzo di vent’anni che ha bestemmiato contro la fisica, contro le gerarchie e contro il colore dominante, vestendo d’argento ma parlando la lingua universale del prodigio. Il riscatto, in Italia, è una specialità nazionale. Lo si annuncia sempre la vigilia, lo si smarrisce la domenica, lo si rimanda alla settimana dopo.
È un esercizio spirituale affascinante e crudele. La Ferrari ci serve anche per questo: per darci un oggetto preciso su cui esercitare la delusione, che altrimenti resterebbe sparsa, atmosferica, senza forma. Il vero supplizio, per l’anima di Maranello, è che Antonelli non ha dovuto affondare la lama nel petto del Cavallino. Non l’ha sconfitto in un corpo a corpo. Ha fatto qualcosa di più crudele: ha trionfato nel suo stesso perimetro, sfrecciando nell’esatto istante in cui la Rossa implodeva sulle proprie illusioni. Una vicinanza spietata, che ha obbligato la moltitudine di tifosi assiepati del Parco a un doloroso strabismo emotivo. Da una parte, una scuderia che nel giorno fissato per la resurrezione si sgretolava, zavorrata dalle antiche paure; dall’altra, un ragazzino bolognese che metteva in scena, a pochi metri dal disastro, la rimonta del secolo. E la folla, quel mare ostile che avrebbe dovuto respingerlo, è uscita dai cancelli parlando di entrambi. È la nostra vocazione, in fondo: non saper scegliere tra l’incanto e il rammarico. Ce li portiamo a casa insieme, come due giornali piegati sottobraccio, uno già letto fino alla nausea e l’altro, freschissimo, ancora tutto da capire.
La vertigine del 19° posto
Partiva diciannovesimo, Kimi. Laggiù, nell’abisso della griglia, dove l’aria puzza di freni bruciati e la prospettiva è un muro di alettoni e tubi di scarico. Poi, la bandiera rossa. Un reset, un respiro concesso dal destino, una seconda partenza. È stato un aiuto, certo, ma il fato, si sa, porge la mano soltanto a chi ha il coraggio di afferrarla. E Kimi l’ha stretta fino a farle male. Da ultimo a primo. Non si era mai visto, non in questi termini, non in questa Formula Uno anestetizzata dai computer e dalle strategie decise in giacca e cravatta. Antonelli ha riportato in pista l’assalto all’arma bianca. Ventisei sorpassi. Ventisei firme sull’asfalto, escluse le comparse dei doppiati.
Non è stata una gara, è stata una dichiarazione di intenti. Ha infilzato gli avversari con la spietatezza dei killer e l’allegria di chi non ha ancora imparato ad avere paura. Toto Wolff, l’uomo vero della Mercedes che sa annusare l’odore del talento a chilometri di distanza, lo aveva capito già il sabato, in qualifica. «Pensavo potesse camminare sull’acqua», ha sussurrato stordito. «Quando pilota e macchina diventano una cosa sola, non c’è niente che possa fermarli». E sull’acqua, Antonelli, ci ha camminato per davvero. Nel traffico di Monza, dove gli altri vedevano muri, lui trovava porte aperte. Ha fatto la differenza come solo i giganti sanno fare. Il capolavoro assoluto? Quell’attacco all’esterno alla seconda variante su George Russell. Una carezza crudele, un sorpasso di puro velluto e arroganza. Roba da campionissimi.
L'obbedienza e il trionfo a Monza
Poi arriva il momento in cui la spavalderia deve fare i conti con la ragion di Stato. Il muretto Mercedes apre la radio e pronuncia la parola magica: basta. Mantenete le posizioni. Dietro di loro c’è uno scatenato Max Verstappen, uno che non fa sconti e che fiuta l’odore del sangue. In quel momento, Kimi è secondo dietro a Russell. E cosa fa il ragazzino che sta infiammando Monza? Abbassa la testa. «Obbedisco», deve aver pensato dentro la solitudine insonorizzata del suo casco. Si trasforma in scudiero, congela l’istinto killer e amministra, dimostrando una maturità che non si può comprare. Ma il dio delle corse, a volte, è giusto.
Nel balletto sincopato dei pit-stop, la strategia restituisce a Kimi ciò che l’ordine di scuderia gli aveva tolto. Antonelli ha asfalto libero davanti a sé, leader del mondiale e padrone assoluto del feudo brianzolo. Va a vincere divorando l’aria, prendendosi tutta la scena, i riflettori, il proscenio, lasciando ai vecchi leoni soltanto le briciole di un banchetto che ha allestito tutto da solo.
Antonelli, un nuovo imperatore: sfoglia le pagine per continuare a leggere (1/2)