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Carne e lamiere

© nikilauda

C’è un vecchio filmato delle teche Rai. Immagini sgranate, l’eco di un’epoca in cui gli eroi non erano di plastica. Gianni Minà ha il microfono in mano. La voce piana, accomodante, eppure affilata come un bisturi, lo sguardo di chi sa scovare l’anima sotto le tute ignifughe. Di fronte a lui c’è Niki Lauda. Il volto offeso dalle fiamme, la pelle tirata, lucida, e quegli occhi vispi e freddi di chi è appena tornato dall’aldilà.

Minà non gli fa sconti. Gli chiede quello che tutti pensano, ma che nessuno, nel circo dei motori, ha il fegato di pronunciare ad alta voce: «Sei ritornato a correre poco più di un mese dopo l’incidente del Nürburgring perché volevi dimostrare di avere coraggio? O avevi paura di non riuscire più a fare il pilota?». Lauda non si scompone. Gesticola.

Non è il robot calcolatore che la stampa ha provato a venderci. È un uomo che ha guardato l’abisso e ci ha sputato dentro. «Io ho paura come un uomo normale», replica Niki, nudo nella sua vulnerabilità. «La paura è qualcosa che è sempre dentro l’uomo».

Ma Minà incalza, il giornalista di razza non molla la preda: «E allora perché sei tornato subito a correre?». Lauda lo fissa. «Io ho sempre saputo che la F.1 è pericolosa e che ci può essere un incidente. Ma non ho mai voluto capire di dovermi fermare perché c’è stato un incidente. Ecco, voglio fermarmi quando voglio io. E non perché ho avuto un incidente. Dopo un mese mi sentivo pronto. E sono tornato a correre a Monza!». 

Eccolo qui, il manifesto di un uomo che rifiuta di farsi scrivere il copione dal destino. L’incipit dell’anno zero. L’anno in cui il fuoco ha provato a divorare un pilota e ha finito per sputare fuori una leggenda. Ci sono anni che non passano mai. Che si rifiutano di sbiadire. Restano lì, ostinati, inchiodati sull’asfalto rovente, a bruciare per l’eternità. Il 1976 non è una semplice cifra sull’almanacco sportivo. È una cicatrice. Un muro del suono infranto dalla storia umana prima ancora che dalla meccanica.

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