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Italia anima d'asfalto

© Getty Images

Tutto si può comprare nel tempo di un respiro o di un bonifico: l’esotismo, il lusso, persino un paddock climatizzato all’ombra di cattedrali di sabbia illuminate a giorno. Tutto, tranne la memoria. Quella è custodita gelosamente dalle vecchie pievi d’asfalto. Quelle increspate dal gelo, cotte dal sole, che sanno di alberi, di storia, di sudore e di benzina.

Quando la tempesta si alza, quando il cielo si fa nero e il vento minaccia di spazzare via il circo e le sue impalcature dorate, è alle vecchie pietre che si torna a chiedere riparo. Il Medio Oriente, oggi, è un rebus troppo complicato. Una terra che scotta, un groviglio di tensioni dove lo sport rischia di inciampare sulle cronache.

Il calendario patinato della F.1, quello disegnato con il righello dagli architetti del marketing globale, si scopre improvvisamente fragile, orfano delle sue notti a favor di telecamera nel deserto. E allora, a chi telefona il padrone del vapore quando ha bisogno di una casa sicura? A chi si chiede di non far crollare il palco? Guarda verso l’Europa. Guarda, soprattutto, verso di noi. Verso l’Italia.

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Non è un caso, e non è solo logistica. C’è una sceneggiatura quasi romanzesca in questo 2026, una prima parte di campionato dove il nostro Paese, in Formula Uno, non ha semplicemente partecipato: l’ha fatta da padrone, se l’è presa con prepotenza. L’arroganza magnifica di Kimi Antonelli, ragazzino d’oro che si è issato in vetta al Mondiale con l’insolenza dei predestinati, lavando via decenni di digiuni e malinconie tricolori.

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