Ci sono lacrime che rigano il volto, scavando solchi di polvere, sudore e fatica, e poi ci sono lacrime benedette che lavano via le scorie dell’anima. Sull’asfalto rovente e implacabile del Montmeló, mentre le note dell’inno esplodono nell’aria satura di benzina, Lewis Hamilton smette improvvisamente di essere un dio intoccabile. Non è più un cyborg vestito di rosso forgiato a tavolino per schiacciare gli avversari. Sul podio spagnolo è disperatamente e magnificamente un uomo. Un uomo che sbuffa via dal petto l’ansia, l’attesa infinita, i mostri oscuri che gli hanno ballato intorno per me si sussurrandogli che la magia era finita. Ha gli occhi lucidi, arrossati da una liberazione che ha il sapore inebriante del miracolo e la consistenza pesante dell’ostinazione. Crollano i muri difensivi, cede l’armatura d’acciaio. Piange, Lewis. Perché anche i re, quando tornano a casa dopo un lunghissimo esilio, devono inevitabilmente fare i conti con la propria stanchezza e con la propria mortalità.
Hamilton 41° vincitore con la Rossa
Seicentoottantasei giorni. Un’era geologica, uno spazio temporale abissale se misurato coi cronometri frenetici e nevrotici della F.1. Una traversata in un deserto silenzioso iniziata in un’altra vita, quando il suo corpo era avvolto dall’argento e l’universo sembrava un ingranaggio perfetto in cui era lui a dettare le regole. Troppo tempo era passato dall’ultima volta che il Re nero aveva guardato i suoi sudditi dall’alto. E ad aspettarlo c’era la Ferrari, nobildonna orgogliosa ma da troppo tempo prigioniera dei propri stessi labirinti. A Barcellona la Scuderia di Maranello non faceva festa dal 2013, dai tempi eroici e rabbiosi di Fernando Alonso. Un digiuno cronico che, in termini assoluti, durava dal Messico del 2024 con la zampata di Carlos Sainz. Ora, giunto al suo trentunesimo Gran Premio al volante della Rossa, Hamilton squarcia le tenebre ed entra negli annali. È il quarantunesimo pilota della lunghissima storia motoristica a portare in trionfo il Cavallino Rampante, ennesimo sacerdote di una religione laica che divora i suoi figli ma che non ammette atei.
Dall'inferno del 2025 al paradiso della Ferrari 2026
Non l’aveva fatto certo per rinforzare il conto in banca. Quando decise di lasciare la corazza sicura, calda e vincente di Stoccarda, non inseguiva i milioni, che gli avrebbero bonificato comunque. La scelta di sposare Maranello era stata, fin dal primo giorno, un azzardo speri colato dell’anima. Era la vertigine pura della sfida, la curiosità spietata di misurarsi col mito, la consapevolezza lucida e sfrontata che quello fosse l’ultimo, fondamentale tassello per sigillare una carriera irripetibile. Voleva sentire sul collo il peso insostenibile della leggenda. Ma il 2025, invece delle parate trionfali, gli aveva consegnato un inferno dantesco, un calvario tecnico e umano senza alcuno sconto. Una salita ripida, crudele, soffocante. Una di quelle stagioni maledette che ti masticano le ossa e ti svuotano la testa, qualcosa che lui, dall’alto delle sue certezze, non avrebbe mai potuto immaginare. La performance semplicemente non arrivava, il cronometro condannava senza appello, e la criticità era cresciuta a dismisura al punto da far vacillare non solo la validità della sua scelta epoca le, ma il suo sacrosanto diritto di restare nel Circus.
I veri motivi di quel naufragio prolungato restano custoditi gelosamente all’interno dei box, coperti dall’omertà della squadra, mentre fuori si celebravano i consueti, spietati processi mediatici. Così, puntuali e affamati come in ogni caduta degli dei, erano arrivati i corvi. È la spietata legge della giungla motoristica: quando il vecchio leone fatica a ruggire, il branco è subito pronto a far gli il funerale e a spartirsi le spoglie. Lo davano per ampiamente finito, logoro, anacronistico. “Bollito”. Una parola misera, meschina, usata come un pugnale per colpire l’orgoglio di un gigante. Al la vigilia del Gran Premio del Canada gli avevano persino chiesto esplicitamente di farsi da parte, caldeggiando un ritiro dignitoso per non macchiare il palmarès. Lewis aveva incassato sfoderando il sorriso saggio di chi ha già dimostrato tutto a tutti, e aveva risposto piccato: non mi ritiro, non ci penso nemmeno.
«Mi alzo anche quando mi abbattono». Non è solo un verso elegante estrapolato dalla celebre poesia della sua autrice faro, Maya Angelou, quella “Still I Rise” che Hamilton porta tatuata sulla schiena come un monito eterno. Quel verso, ora più che mai, è un patto di sangue con sé stesso. Da quel preciso momento in cui lo volevano seppellire vivo, ha cambiato passo. Ha ritrovato una fame arcaica e violenta, un ritmo incalzante e feroce smarrito chissà dove tra i dubbi di setup. È stata la reazione d’orgoglio del fuoriclasse assoluto che, chiuso all’angolo e bersagliato dai colpi, si ricorda in un istante folgorante di avere i superpoteri.
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