C'è un'età in cui i sogni pesano come macigni nelle tasche, e un'altra in cui possiedono la leggerezza insolente delle ali. Andrea Kimi Antonelli ha diciannove anni e ha deciso, con la pacatezza dei forti, che la legge di gravità è un'opinione trascurabile, un fasti-dio per accademici della domenica. Non cercatelo soltanto tra le righe aride delle statistiche, anche se quelle dicono che ha cannibalizzato tutto, dai kart alla Regional, saltando i gradini della logica con la precisione di un acrobata che non ha mai imparato a guardare il vuoto sotto di sé. Cercatelo nel corpo, piuttosto. In quel modo di abitare l'abitacolo della Mercedes che non è la semplice occupazione di uno spazio tecnico, ma l'appartenenza a un elemento primordiale. Come se l'alluminio e il carbonio fossero la naturale estensione delle sue terminazioni nervose.
L'Italia dei motori, diciamocelo con la schiettezza di chi ha mangiato troppa polvere, è una vedova che ha portato il lutto troppo a lungo. Per decenni abbiamo guardato le feste altrui dal vetro appannato, cullando i santini di due giganti che sapevano di olio bruciato e leggenda. Oggi, in questo ragazzo bolognese che sembra disegnato dal vento, non cerchiamo solo un pilota veloce: cerchiamo una restaurazione. Vogliamo che quel filo spezzato nel 1953, tra i cordoli di un tempo che fu, torni finalmente a tendersi, vibrando di una musica nuova.
Non sappiamo ancora se Kimi possederà la rigidità imperiale, quasi marmorea, di un Nino Farina, o quella grazia scaramantica e umorale che fu di Alberto Ascari. Sappiamo però che quando il semaforo spegne le sue luci rosse, lui non è mai solo. Si porta dietro i fantasmi gentili di un'Italia che, nonostante le sue miserie e i suoi ritardi, non ha mai smesso di voler correre più forte del destino.
Il tramonto dei sapientoni
Oggi Kimi guarda tutti dall'alto. È il più giovane leader del Mondiale di Formula 1, un primato che scotta ma che lui maneggia con la freddezza di un barman che prepara un cocktail perfetto. Dopo aver sparigliato le carte a Shanghai, ha deciso di far saltare il banco anche nel tempio laico del Giappone.
A Suzuka, sulla pista dei fuoriclasse veri, quella che Ayrton Senna amava come una sposa difficile, Antonelli ha artigliato la seconda vittoria consecutiva. È stato un capolavoro di ferocia e stile. Una vittoria che riscrive brutalmente e gerarchie in casa Mercedes, dove George Russell, fino a ieri principe ereditario, si scopre d'improvviso nel ruolo scomodo del gregario di lusso.