Ci sono posti che hanno il nome di quello che sembrano. Il Cavatappi, per esempio. Laguna Seca, terra arsa di California, dove trent'anni fa un emiliano col sorriso largo decise di stappare la storia.
Zanardi scrive la storia a Laguna Seca
Era l'8 settembre 1996. Alex Zanardi, sulla sua Reynard rossa griffata Target, si gettò in quel budello cieco, diciotto metri di dislivello che ti lasciano lo stomaco in gola. Bryan Herta, che andava a vincere tranquillo l'ultima gara CART, vide un lampo sfilargli sulle orecchie, a ruote fumanti tra asfalto e terra. Gli americani lo chiamarono The Pass. A me piace pensarlo come un colpo di genio, una briscola calata quando l'avversario è convinto di avere in mano l'asso.
Adesso che la IndyCar chiude il sipario su questo 2026, laggiù hanno deciso. Quella curva, che durante il weekend IMSA portava già dipinto sull'asfalto un malinconico "Ciao Alex", da oggi si chiamerà Zanardi Corkscrew.
Alex se n'è andato il primo di maggio, a cinquantanove anni. Un primo maggio, giorno di lavoratori, e lui lo era in fondo: un faticatore del volante e della vita, uno che non si è mai arreso alla prima curva, né ha mai chiesto sconti alla sfortuna, che pure gli ha presentato conti salatissimi.
Intitolargli il Cavatappi è giusto. Perché per buttarsi giù di lì, inventandosi lo spazio dove non c'è, ci vuole cuore, fegato e una sfrontata allegria. Quella di un uomo speciale che ci ha lasciato a guardare il vuoto, sì, ma col bicchiere alzato. Alla tua, Alex.