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Il trono ritrovato

© Getty Images

Ci sono fili che la storia non spezza. Si tendono, si sfilacciano, si nascondono sotto la polvere. Eppure resistono. Un filo rosso, sporco di grasso e lacrime, che lega l'odore stordente delle tinte seppiate a un presente fatto di fibra di carbonio, calcoli e respiri trattenuti. Settant'anni sono un'apnea troppo lunga per un Paese che ha inventato la velocità. Un vuoto enorme. Una voragine riempita a stento da illusioni feroci, rimpianti e quasi-campioni. Poi arriva lui. E il vuoto, di colpo, si chiude.

Kimi Antonelli non ha l'età dei fantasmi, ma li ha esorcizzati tutti. Si è caricato sulle spalle l'ansia di una nazione nevrotica e l'ha sbriciolata sull'asfalto. Vincendo. Tre parole. Campione del mondo. Le avevamo disimparate. Ci si impastava la lingua a dirle, per paura di sfidare la sorte. Le pronunciamo ora, guardando questo ragazzo che sorride con gli occhi quieti di chi non deve dimostrare niente a nessuno. Di chi sa fare, in fondo, una cosa sola. Andare più forte degli altri.

Farina e Ascari: gli ultimi Campioni italiani

Prima di lui, il silenzio. Il bianco e nero di un'Italia che andava di fretta, che cercava eroi per spazzare via la cenere delle macerie. Un'epoca in cui si ballava tutti i giorni con l'ombra nera della fine. La morte sedeva lì, invisibile, sul sedile del passeggero. E non ci si voltava mai a guardarla. Lì c'erano due uomini. Distanti come il giorno e la notte. Nino Farina. Il primo. Ruvido. Laureato in legge, portamento aristocratico, braccia tese sul volante e cattiveria agonistica. Uno sguardo spigoloso, feroce, da predatore assoluto. Usciva dalle lamiere accartocciate con il corpo rotto, ma l'anima intatta. Non faceva prigionieri in pista. Men che meno se stesso. Aveva aperto il varco.

E poi c'era Alberto Ascari. L'ultimo re, prima del lungo esilio. Geometria pura e tormento intimo. Ascari era un'altra musica. Rotondo, fluido, calcolatore. Guidava accarezzando la macchina, senza mai violentarla. Ma portava addosso un cognome pesante come una croce. Suo padre Antonio era morto correndo, e Alberto abitava in quella stessa ombra. Prigioniero di una cabala inesorabile. I numeri maledetti: il giorno 26, i 36 anni. Le scaramanzie non lo salvarono. Servirono solo a scandire il conto alla rovescia di un finale che si sentiva già addosso. Ascari ha sigillato la porta. Si è portato via la chiave nel vento nero di Monza.

Erano le due facce dell'automobilismo eroico e spietato. Il duro incrollabile e il fuoriclasse malinconico. Hanno vinto, hanno pagato. Schiacciavano il pedale, finché la clessidra non si è svuotata.

Ora è il tempo di Kimi

Kimi non ha clessidre. Solo il cronometro. Nessuna etichetta magica, nessuna attesa ingombrante che le sue mani svelte non sappiano domare. Talento denso. Nel suo abitacolo c’è la geometria esatta di un ragazzo cresciuto in fretta, ma senza perdere il lusso della leggerezza.

Ci sono uomini che guidano per vivere, e altri che vivono per guidare verso la propria fine. Kimi appartiene a un'altra stirpe. Quelli che guidano per riscrivere l'inizio. Non ha dovuto cercare la chiave arrugginita lasciata da Ascari. Ha semplicemente buttato giù la porta, sorridendo. Rimettendo l'Italia esattamente dove doveva stare. Nel vento. Sul trono.