Era il 12 settembre 1999, una data in un certo senso storica per la F1 intesa come sport, in quanto fece capire al mondo che anche gli atletici e apparentemente freddi protagonisti che la animano possiedono un cuore. Siamo a Monza. Al comando del GP c’è Mika Hakkinen. La sua leadership sembra netta e inattaccabile, ma all’improvviso tutto cambia. Un errore al 30simo giro lo manda fuori pista e lo costringe al ritiro.
Lui, finlandese e come tale ritenuto glaciale, anziché tornare frettolosamente al box McLaren per dimenticare l’accaduto, prima getta via volante e guanti per la rabbia, e in seguito si addentra nel parco che costeggia il tracciato, si accovaccia abbandonandosi al pianto, sopraffatto dall’amarezza e dalla paura di vedere il titolo iridato prendere la direzione della Ferrari.
E’ stato dunque questo il momento rilevatore che pure piloti di auto che si spingono ogni domenica oltre i 300 km/h, possiedono un’anima, sebbene già Ayrton Senna, a cavallo tra la metà degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, avesse dato prova di non temere di mettere il proprio cuore sul piatto al servizio di tifosi, telecamere e media.
Salute mentale, un tabù che sta finalmente cadendo
Un tempo parlare di emotività, nervi tesi e ansia, era considerato un tabù, ragion per cui, qualunque tipo di episodio non lineare in ambienti altamente professionali ed esclusivi suscitava clamore e chiacchiere. Oggi, invece, per fortuna non è più così. Di certi temi si discute liberamente e se ci si commuove o ci si arrabbia lo si fa senza rimuginarci troppo.
A tal proposito, di salute mentale e di quanto un impegno come quello richiesto ad un pilota del Circus sia gravoso dal punto di vista psicologico ha disquisito Jenson Button al podcast Beyond The Grid.
Tornando con la mente al suo percorso nella massima categoria, l’inglese ha reso merito a Ross Brawn, l’ingegnere e manager che gli permise di diventare campione del mondo nel 2009 con la Brawn GP, mettendo però dei paletti.
“Il suo atteggiamento tranquillo e la sua capacità di ascolto mi diedero una grossa mano nei giorni complicati, tuttavia non credo che nessuno ti possa aiutare a migliorare. Sta a te combattere i tuoi demoni”, ha dichiarato.
L’ansia da prestazione e l'amara presa di coscienza di Federer
Tra gli aspetti negativi a cui uno sportivo deve abituarsi è la consapevolezza che non sempre si può vincere. Facendo i conti su sé stesso sulla base degli eventi a cui ha partecipato, il 46enne ha svelato di aver ottenuto solo il 4,9% di successi.
“Personalmente ho preso parte a 300 gran premi e ne ho vinti solamente 15. Ciò significa che ne ho persi 285. Lo stesso Lewis Hamilton, che ha ottenuto risultati straordinari, ha alle spalle più insuccessi che gare conquistate. Questo è molto duro da accettare a livello mentale”, ha spiegato prima di rivelare i dettagli di un colloquio avuto con uno dei tennisti più vincenti della storia, Roger Federer.
“Ho avuto modo di parlargli lo scorso anno e di discutere del lato mentale dello sport e mi sottolineò proprio il fatto che pure avendo dominato come mai nessuno prima nella sua disciplina, aveva perso il 75% delle partite disputate”.