È la sera dei miracoli. Proprio così, come cantava Lucio, con quella voce che graffiava l’anima e ti costringeva a guardare in alto. Una di quelle sere in cui l’aria, pur sottile, pur rarefatta come lo è a Città del Messico, oltre i duemila metri di quota, si fa improvvisamente densa, pesante, inzuppata di qualcosa che somiglia incredibilmente al destino. Settantatré anni. Pensateci un attimo, fate un respiro profondo e provate a misurarli, se ci riuscite. Settantatré. Da Alberto Ascari a questo ragazzo che ora trema, avvolto nella sua tuta sudata. Un’era geologica, uno spazio temporale in cui il mondo si è ribaltato, disfatto e ricostruito mille volte. Vite intere consumate ad aspettare, a sperare, a illudersi che prima o poi, chissà come, chissà quando, l’iride si sarebbe di nuovo mischiata al tricolore.
E adesso, eccolo qui. Il momento. Il miracolo. Arrivano le lacrime. Lacrime vere, calde, incontrollabili, che cadono pesanti sulla tastiera del computer. Dita che inciampano sui tasti cercando disperatamente le parole per raccontare una gioia assoluta. È un privilegio enorme. Il privilegio di un direttore, di questo giornale, della nostra storia, di Autosprint. Nessuno, prima di oggi, aveva mai potuto scrivere di un trionfo così intimo e smisurato. Mai la nostra copertina aveva potuto gridare al mondo una vertigine simile: un italiano è Campione del Mondo di Formula 1. Roba da non crederci. Roba da far venire giù il teatro.
Kimi e il giorno che temevamo non arrivasse mai
Piangiamo tutti. In redazione, a casa, nei bar, davanti a teleschermi che sembrano improvvisamente finestre spalancate. Perché, in fondo, ammettiamolo con onestà spietata: avevamo quasi paura che un giorno così non tornasse mai più. Che fossimo condannati a vivere di sola, bellissima, ma polverosa memoria. E invece, nel cuore rumoroso del Messico, c’è il pianto di Kimi. Singhiozza. Un pianto dirotto, liberatorio. È un bambino e un uomo insieme, mentre mormora via radio, quasi non credendoci: «Sono campione del mondo». Piange Marco, suo padre, l’uomo che lo ha plasmato, accompagnato, protetto, soffrendo in silenzio a ogni staccata. Piange Veronica, sua madre. Piange la sorellina Maggie. Una famiglia meravigliosamente solida, vera, scaraventata d’un tratto sul tetto dell’universo automobilistico. E un intero Paese piange con loro, liberando un sospiro trattenuto dalla metà del secolo scorso.
Poi, guardatelo, quel podio. Vi prego, mettete a fuoco l’immagine. Ci sono dodici titoli mondiali, lassù. Mettili in fila, fanno spavento. Sette appartengono a Lewis Hamilton. Il Re, l’icona, il cavaliere nero. Quattro sono di Max Verstappen. Il cannibale, il talento brutale, l’alieno cinico di questa epoca. E poi c’è quell’uno. L’uno di Kimi. Il primo. In mezzo a due monumenti viventi, in mezzo a undici mondiali di storia passata, il gigante assoluto, oggi, sei tu. Risuonano nell’aria elettrica dell’Hermanos Rodriguez le note della Turandot. Nessun Dorma. «All’alba vincerò», l’acuto che lacera il cielo messicano, brivido puro. E subito dopo, l’Inno di Mameli. Una scossa che parte dalla schiena, attraversa le generazioni, scuote i ricordi e non si ferma più.
Wolff e il viaggio verso la terra di Ayrton
Sotto al podio, a guardarlo con gli occhi lucidi, c’è Toto Wolff. L’uomo d’acciaio che sorride con una dolcezza inedita. «Talento, intelligenza, personalità», sussurra. «Per me Kimi è la nuova superstar. Lo avevamo visto, piccolissimo, in kart, grazie all’occhio di Dino Chiesa». «Ce l’abbiamo fatta», urla Kimi dal gradino più alto. E quella frase non è per il team, non è per i meccanici. È una carezza rivolta a tutto il nostro Paese.
Ma in questo sport non c’è tempo per cullarsi. Il Circus è una belva che non dorme mai. I campioni chiudono la valigia prima di finire lo champagne. Si va a Sud. Si va in Brasile. Interlagos. E qui il destino si compie con una poesia struggente. Kimi si presenterà laggiù, tra i saliscendi umidi di San Paolo, con la corona in testa. La pista del suo idolo. La terra di Ayrton Senna. Un re ragazzino che porta in dote il suo primo Mondiale e va a correre nel tempio del re immortale, l’eroe a cui ha sempre guardato con devozione mistica. Mettetevela via: non sarà una corsa come le altre. Sarà un rito sacro, un omaggio silenzioso e ferocissimo sull’asfalto sbrecciato della Esse do Senna. Arrivare lì da campione del mondo in carica, con la benedizione invisibile di Ayrton che scende dalle tribune colorate di verde e di oro. Serve roba potente, per raccontarlo. Serve il cuore spalancato, allergico al coro e pronto all’incanto. Siamo qui, Kimi. Corri. Noi abbiamo ancora inchiostro, e lacrime, da regalarti. Ma per capire davvero il peso di queste lacrime e la luce abbagliante di Città del Messico, bisogna fare un passo indietro, chiudere gli occhi e scendere all’inferno.
Kimi, il buio prima della corona: sfoglia per continuare a leggere (1/2)