Home

Formula 1

Mondo Racing

Rally

Pista

Foto

Video

Formula E

Autosprint

LIVE

Sepang: macchine cieche, uomini veri

© Getty Images

La geografia si è arresa al calendario, piegandosi a una logica che di logico non ha più nulla. Si corre il Gran Premio del Bahrain, ma l’aria che riempie i polmoni è quella densa, appiccicosa e asfissiante di Sepang, in Malesia. Un esilio tropicale, lontano dai venti di guerra e dalle tensioni del deserto, un trasloco forzato che ha finito per partorire una domenica di pura, meravigliosa e spietata anarchia. L’acqua, a queste latitudini, non cade: schiaccia. Lava via le certezze ingegneristiche, cancella le traiettorie perfette studiate al simulatore, manda in cortocircuito i dogmi della galleria del vento. E quando la scienza abdica in favore del caos, quando l’aderenza diventa una scommessa e non un’equazione, i giganti tornano a respirare. E a fare la storia.

Verstappen accompagna il primo trionfo Ford-Red Bull

Max Verstappen aveva smesso di pasteggiare a vittorie. Trecento giorni senza vedere per primo la bandiera a scacchi. Per un cannibale abituato a divorare l’asfalto e gli avversari, è un’era geologica, un digiuno che scava lo stomaco e la mente. Si era smarrito, Max, vittima delle nevrosi di una macchina che improvvisamente si rifiutava di obbedirgli. Eppure, sotto il monsone malese, il campione è tornato imperatore. Lì dove l’elettronica non ti salva, dove la fisica ti spinge verso l’esterno, lui ha fatto la differenza con la carne, con le mani, con la sensibilità feroce del fuoriclasse. Pole position e trionfo.

Una vittoria limpida, assoluta, che resuscita in un colpo solo l’intera dinastia Red Bull. Una scuderia che non vinceva da settantadue Gran Premi e che oggi, in un balzo di orgoglio industriale assieme Ford, si siede nell’Olimpo dei motoristi accanto a Mercedes e Ferrari, trionfando per la prima volta come costruttore totale. Un’ascesa completata in appena sedici gare, diretta dalla mente finissima di Laurent Mekies. Un tecnico silente, un esule incompreso che a Maranello in troppi, oggi, rimpiangono di aver lasciato andare.

Le due facce della Mercedes

Ma dietro al sovrano, negli specchietti gonfi d’acqua, non c’è il vuoto. C’è un ragazzino che ignora il significato del verbo accontentarsi. Andrea Kimi Antonelli ha l’età della leggerezza, ma impugna il volante con il cinismo spietato dei veterani. Poteva fare calcoli, blindare il suo secondo posto, mettersi in tasca i punti e amministrare un vantaggio nel mondiale che ora, a quota 320 punti, recita un abissale più ottantaquattro sul compagno di squadra. Invece no. Ha provato fino in fondo ad andare a cercare l’olandese 4 volte iridato. Ha duellato lealmente, con rabbia e talento, mettendo a nudo il limite labile tra coraggio e follia. Ha ceduto solo davanti all’evidenza di una Mercedes che non era quella dei giorni migliori, arretrando senza mai abbassare lo sguardo. Ha capito di non poter vincere, ma ci ha provato lo stesso, perché l’istinto del killer non si spegne a comando. Il titolo mondiale è lì, in fondo al rettilineo, che lo aspetta a braccia aperte.

Nel lato oscuro dello stesso box, invece, abita la tragedia sportiva. George Russell è l’eterno perseguitato, l’uomo a cui il fato presenta sempre il conto più salato. Sapeva di doverle vincere tutte da qui a fine anno per sperare in un miracolo matematico. E invece, terzo a soli cinque giri dal traguardo, il suo motore ha esalato l’ultimo respiro. Un cedimento crudele, meccanico e psicologico, che suona come una sentenza definitiva. Russell deve arrendersi: davanti a sé ha un compagno di squadra inarrivabile che lo scortica vivo ogni domenica, e alle spalle il fantasma dell’olandese tornato a divorare la pista.

La Mercedes lascia così la Malesia con l’anima spaccata a metà. Piange non solo per l’affidabilità perduta, ma per le promesse tradite dal computer: le nuove pance aerodinamiche dovevano garantire tre decimi di vantaggio, e invece hanno partorito una vettura sbilanciata, veloce nei curvoni in appoggio ma goffa, lenta e zavorrata nei tratti guidati, con una resistenza all’avanzamento che ha fatto suonare più di un campanello d’allarme.

Sfoglia le pagine per continuare a leggere (1/2)