Home

Formula 1

Mondo Racing

Rally

Pista

Foto

Video

Formula E

Autosprint

LIVE

Vasseur e Ferrari, il miraggio della serenità

© Getty Images

Ci risiamo. Esiste una patologia, tanto affascinante quanto spietata, che prima o poi sembra contagiare inesorabilmente chiunque varchi i cancelli di Maranello con i galloni e le mostrine del comandante in capo. È una vocazione antica, radicata tra le pieghe di una storia gloriosa e ingombrante: la vocazione dell’incompreso. Il lamento preventivo, l’elevazione del vittimismo a strategia aziendale.

Vasseur: difficile lavorare così

Prendete Frédéric Vasseur, per dire. L’uomo che, nelle pieghe della narrazione ufficiale, doveva riportare il sano, ruvido e taumaturgico pragmatismo transalpino ai box del Cavallino Rampante, spazzando via tutte le incrostazioni. Ebbene, dopo 4 stagioni si ritrova oggi a suonare un disco che abbiamo già sentito suonare, riga dopo riga, solco dopo solco, fino al più totale sfinimento. «È difficile lavorare in Ferrari», ha sospirato il team principal in un colloquio con The Race, ostentando la frustrazione di chi si sente accerchiato. Lamenta le indiscrezioni, l’insopportabile peso delle aspettative, lo spauracchio perenne di qualche sussurro che diventa boato. «Sicuramente la mancanza di serenità non aiuta il team – ha sentenziato – ma le cose stanno così e dobbiamo continuare semplicemente a lavorare. Non stiamo lavorando con una grande serenità. Sia io, ma anche tutti i membri del team».

Parole sacrosante, per carità. Umanamente comprensibili. Se non fosse per un minuscolo, quasi trascurabile dettaglio logico che a Monsieur Vasseur sembra sfuggire con un’ostinazione che sfiora la commozione: la serenità, nello sport di vertice e in quel particolarissimo, sanguigno tempio laico che è la Ferrari, non è una precondizione atmosferica. Non è l’alta pressione, il bel tempo che si spera di trovare la domenica mattina per la gita fuori porta.

Alla Ferrari mancano i risultati

La serenità è, molto più banalmente, la figlia legittima, unica e naturale dei risultati. Invece no. Lui preferisce, per un riflesso condizionato quasi pavloviano, la narrazione del fortino assediato. Quasi che a far perdere i decimi, o i centesimi, in pista fossero i mormorii di corridoio, i sussurri dei cronisti, e non, magari, il cronometro. Si fa finta di non comprendere l’abbicci delle corse pur di alimentare lo scaricabarile delle responsabilità, un vizio antico che all’ombra del Cavallino attecchisce sempre con una facilità straordinaria. Si invoca il silenzio della stampa come terapia, dimenticando che il rumore di fondo si spegne in un solo, inequivocabile modo: passando sotto la bandiera a scacchi prima degli altri. Ma questo, forse, nel manuale del perfetto manager contemporaneo, si sono dimenticati di stamparlo.

E i risultati, implacabili come il cronometro, raccontano un’altra storia. Raccontano di un fine settimana, quello appena trascorso a Baku, in cui la Ferrari è rimasta giù dal podio per la quinta volta consecutiva. Un digiuno che dura ormai da Spa. Mentre là davanti andava in scena il ritorno alla vittoria di George Russell, in volata su Max Verstappen, e mentre Kimi Antonelli – nel weekend più difficile della sua stagione, zavorrato da un errore in qualifica pagato a carissimo prezzo – si rendeva protagonista di una rimonta fino a limitare i danni in classifica, la Rossa annaspava. Antonelli è a 66 punti da Russell in casa Mercedes, pronto a dar battaglia nell’imminente e cruciale tour asiatico tra Malesia (pista sconosciuta quasi per tutti) e Singapore. Una doppietta di gare che diventa un crocevia fondamentale per il mondiale di tutti.

Sfoglia le pagine per continuare a leggere (1/2)