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Un bacio al destino

© APS

Miami, a guardarla da vicino, ha sempre quel sapore di eccesso vernice fresca. Neon che sfidano il sole, grattacieli a specchio, l’umidità che ti si appiccica addosso come una camicia di troppo e quell’idea fissa che tutto debba essere spettacolo, vetrina, rumore.

Eppure, domenica scorsa nella Florida che sa di salsedine e asfalto bruciato, la lezione di grandezza l’ha impartita un ragazzino che viene da un mondo dove le cose si fanno bene e spesso in silenzio. Un mondo di portici ombrosi, di motori accordati come violini e di gente che la fatica la mastica senza troppo lamentarsi.

Kimi Antonelli da Bologna, diciannove anni e la faccia pulita di chi potrebbe ancora arrossire per un complimento, non ha solo vinto il Gran Premio di Miami. Ha scritto un romanzo di formazione a trecento all’ora, e lo ha fatto con la calligrafia elegante di chi sa già esattamente chi è. C’è qualcosa di profondamente magico, quasi sciamanico, in quello che è successo. C’è una simmetria astrale che fa venire i brividi.

Kimi trionfa nell’America che ha consacrato il sorriso e la ferocia agonistica di Alex Zanardi. Due figli di Bologna. Due anime nate dove l’Emilia diventa una promessa di velocità. È come se un filo invisibile e tenace, intessuto chissà dove, avesse attraversato l’oceano per annodare due generazioni.

L’America di Alex, nello scorso fine settimana, è l’America di Kimi. E quando l’inno di Mameli si è alzato, spaccando il rumore di fondo tra le palme e i finti porticcioli, Kimi si è messo la mano sul cuore, e papà Marco ha fatto lo stesso. Un gesto antico. Una preghiera laica, di quelle che non hanno bisogno di parole.

Bisognava guardarli, i volti della famiglia Antonelli, per capire davvero la portata di questa terza vittoria. La faccia stravolta dall’emozione di mamma Veronica, che nei lineamenti del figlio diventato gigante rivede i sacrifici delle albe gelide passate sui kartodromi di provincia. L’esultanza pura, senza filtri, della sorellina Maggie, e quei baci che Kimi le ha dato. Baci che sanno di casa, di normalità, di un rifugio sicuro quando il circo miliardario della Formula Uno minaccia di inghiottirti. Dietro il volante c’è un fenomeno, ma giù dalla macchina c’è una tribù che respira all’unisono.

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