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Il Rumore dell'Anima

© LAT Images

Novantaduemilacentosettanticinque. Scritto così, per esteso, perché i numeri, a volte, pesano come pietre e raccontano più di mille aggettivi. Novantaduemilacentosettanticinque facce, anime, paia d'occhi assiepati lungo le rive del Santerno. Imola si riprende il Mondiale Endurance e lo fa strotolando cifre che impongono, a chi mastica di sport, di fermarsi a pensare. È una folla antica, mossa da una vertigine pura, pane, salame e nessuna voglia di additivi plastici per uno spettacolo a tutti i costi. Sono tutti lì per una malattia bellissima e incurabile chiamata passione.

In questo spicchio d'Emilia, la categoria si prende tutta la scena e compie un miracolo laico: mette d'accordo le generazioni. I nonni si godono la giostra con lo stesso stupore dei nipoti. Qui, a differenza di una Formula 1 sempre più patinata, dove chi ha i capelli binachi viene quasi tollerato come un disturbo da chi tiene in mano il timone del Circus, resistono canoni antichi. Meno lustrini, zero attenzione al superfluo, niente espedienti da reality show. Il collante è l'odore dei freni, il rumore che ti vibra ella cassa toracica, non l'urgenza di un selfie da dare in pasto ai social. Nessuno è così folle da azzardare paragoni tra F1 e WEC: sport diversi mondiali paralleli. Ma la morale imolese è limpida come l'acqua di fonte: si può fare spettacolo anche in forme diverse. Non c'è un solo copione da recitare a memoria. C'è vita, e che vita, fuori dal recinto dorato.

Poi c'è la corsa. Una sinfonia di strategia e sudore, nel più autentico spirito dell'endurance. Battaglie ovunque, sportellate da gentiluomini ruvidi. E la Toyota che, zitta zitta, torna a fare la voce grossa. Lo fa nel tinello di casa della Ferrari, con l'educazione tipica dei giapponesi ma con la ferocia silenziosa di un samurai. Una prova ciclopica: portano al debutto la macchina nuova proprio nel giorno della loro centesima partecipazione nel WEC. Hanno lavorato d'ago e di fino, i nipponici. E la Regina, la nostra 499P, è costretta all'inchino. Chiude seconda, ammettendo che a Maranello l'umiltà non è un optional giustamente, nessuno dava l'impresa per scontata.

In uscita di curva, in accelerazione, la Toyota se ne andava. Volava via liscia, mentre la Ferrari annaspava per tenere il passo. Il destino si è compiuto dopo un iniziale dominio della 499P. Poi Hirakawa, al volante della numero 8, ha messo il muso davanti e ha salutato la compagnia. Toyota batte i padroni di casa, timbra la cinquantesima vittoria in cento gare e impartisce una lezione di strategia. Dopo la seconda sosta, il trio Buemi-Hartley-Hirakawa ha dettato la legge, braccato invano dalla numero 51 di Pier Guidi, Calado e Giovinazzi. La Rossa ha provato a fare l'ombra della rinnovata ibrida giapponese, poi il fiato si è fatto corto. Alla penultima sosta si è trovata perfino dietro l'altra Toyota, la numero 7 di Conway-Kobayashi-De Vries, per poi agguantare la piazza d'onore all'ultimo respiro dei box. Ma il leader era perso all'orizzonte.

Eppure, oltre la bandiera a scacchi, oltre la bellezza indiscutibile di un Mondiale che cresce a vista d'occhio, resta in bocca un sapore aspro, come di vino buono ma che sa di tappo. È la vicenda assurda del Balance of Performance. Quell'alchimia da contabili che decide chi deve andare più forte e chi meno, la zavorra dei tempi moderni. Da oggi in poi, ci dicono, i dettagli del BoP saranno tenuti nascosti. Un paradosso kafkiano per uno sport che ha sempre vissuto alla luce del sole e al rombo degli scarichi. Peccato. Perché la passione vera, quella dei novantaduemila di Imola, non ha bisogno di segreti da retrobottega. Ha bisogno solo di verità e di asfalto.

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